Ultimamente tutti i fatti di cronaca che vedono per protagonisti italiani che commettono reati nei confronti di stranieri diventano una buona occasione per parlare di razzismo e promuovere inchieste, mea culpa, autoflagellazioni collettive e manifestazioni. Ma è proprio razzismo? È veramente razzismo? O possono esserci altre cause?
E se fosse la disperazione a promuovere certi gravi fatti di cronaca? E se fosse la percezione di sentirsi soli perché quotidianamente esposti al rischio di aggressione da parte di sbandati italiani e stranieri a promuovere reazioni sproporzionate al fatto, come è avvenuto di recente a Milano? E se fosse l'immensa frustrazione accumulata dai cittadini in anni di vane richieste di aiuto alle Istituzioni preposte ad intervenire per risolvere i problemi a scatenare gli atti aggressivi? E se fossero normali fatti di ordinaria stupidità da parte di pochi scriteriati a coinvolgere stranieri e italiani in modo indifferenziato nel loro agire violento? E se fossero proprio coloro che gridano al razzismo, con le loro rigide condanne che guardano ai fatti e non alle cause che li determinano, a creare un solco tra stranieri e italiani aumentando l’aggressività reciproca, la frustrazione e la rabbia? Forse sono proprio loro i veri razzisti, che etichettano, disprezzano e sentenziano ancor prima di analizzare e capire.
Per gli antirazzisti, invece, dove va ricercato il problema? In noi, in quei cittadini che vivono nelle aree degradate delle città. Poiché non ci siamo voluti rassegnare a convivere giorno dopo giorno con gli spacciatori e i tossicodipendenti, con le prostitute e i loro clienti, con gli scippatori e i borseggiatori, ci hanno attribuito nostro malgrado l'etichetta di razzisti. Cercano di farci passare per carnefici dei nostri aguzzini, assurti a vittime del nostro insano, dicono loro, razzismo. Secondo il loro illuminato punto di vista, siamo razzisti perché non accettiamo che i maleducati trasformino in orinatoi a cielo aperto le nostre vie; perché denunciamo che veri e propri tuguri vengono affittati come case a clandestini che li trasformano in un floridi e ricchi mercati dello spaccio, veri e propri porti di mare per spacciatori e tossicodipendenti; ancora, perché ci ribelliamo alla prepotenza degli sbandati di ogni colore e razza, perché chiediamo allo Stato che ci tuteli e pretendiamo che tutti, stranieri e italiani, rispettino le regole della convivenza civile. Noi siamo la feccia, i razzisti, i fascisti. Lo siamo perché ci ribelliamo a questo sfascio sociale e chiediamo di poter vivere con dignità nelle nostre case senza dover convivere quotidianamente con scippi, borseggi, furti e aggressioni.
I nostri severi giudici morali si considerano le menti illuminate del nostro secolo, coloro che conoscono le realtà sociali e il loro funzionamento, coloro che sanno cosa è il bene e soprattutto cosa è il male. Percepiscono sé stessi come i buoni, i difensori degli emarginati, l'ultimo baluardo di fronte ad una società egoista e che ha paura del diverso. Ma è davvero così? Noi, cittadini sfigati che viviamo in mezzo alle contraddizioni sociali e alle loro complessità, li vediamo ben diversamente. Per noi sono solo dei salottieri che discettano di problemi lontani anni luce dalle loro esperienze quotidiane di vita ed utilizzano paroloni come “razzismo” “fascismo” “paura del diverso” perché fanno tendenza; sono coloro che controllano i mezzi di comunicazione e li utilizzano per accusare, giudicare e condannare insindacabilmente chi è in asintonia con il loro punto di vista; sono i falliti sociali, pieni di soldi e di noia; sono coloro che occupano a vario titolo posti di potere e che credono di poter risolvere i problemi con chiacchiere vuote e un sorso di champagne; sono coloro che badano maniacalmente alla forma e non alla sostanza. Sono il peggio del peggio, i veri nemici dei poveri, degli sfortunati e degli stranieri. Sono gli infallibili falliti.
Cosa ci differenzia inesorabilmente da chi ha come missione accusare di razzismo il prossimo? In primo luogo, gli obiettivi. Noi ci battiamo per recuperare la qualità della vita, loro per conquistare le prime pagine dei giornali. In secondo luogo, il sapere. Il loro sapere si coniuga con il potere, si basa su teorie astratte e sull’utilizzo di frasi fatte e usurate. È un sapere che insegue il rafforzamento del potere e che non ha niente a che fare con l'esperienza del soffrire quotidiano, con la paura di essere scippati al mercato o di essere aggrediti al rientro a casa, con i patemi d’animo che nascono alla vista di chi si buca di fronte al portone di casa o al timore di trovarsi in mezzo a risse e sommosse provocate da extracomunitari ubriachi e violenti. Il nostro sapere nasce invece dall’esperienza di una vita di frontiera, dal vivere in luoghi dove le regole del vivere civile sono venute meno e dove può accadere da un momento all’altro di tutto, senza speranza di salvezza.
La nostra è un’esperienza di vita frustrante, piena di esasperazione e di annessa rabbia. Anche per un solo attimo, possiamo diventare per autodifesa dei mostri, in un mondo di mostri disperati come noi. Nella follia del momento puoi straparlare, dire a chi ti aggredisce cose che in altre occasioni non avresti mai pensato di dire. Le puoi dire ad un italiano e ad uno straniero, ma con effetti diversi. Infatti, se le dici ad uno straniero passi immediatamente da vittima a schifoso razzista. Senza appello.
Eppure chi condanna senza appello, forte delle proprie certezze politically correct, dovrebbe riflettere. E molto. Se uno straniero violenta una donna italiana dicendole “stai ferma troia bianca”, è razzismo? Se dei neri che manifestano contro la discriminazione urlano a pieni polmoni "bianchi bastardi” o “italiani bastardi”, è razzismo? Se a Porta Palazzo leggi sui muri frasi del tipo “italiani bastardi, via da Porta Palazzo, Porta Palazzo è nostra”, è razzismo? Se su un muro di Bologna leggi “italiani bastardi”, è razzismo? Se un egiziano dice ad un rumeno “zingaro”, è razzismo? Se un tunisino colpisce un nigeriano con una bottiglia rotta dicendogli “bastardo negro”, è razzismo? In questi casi non si parla mai di razzismo, non si promuovono manifestazioni e gli antirazzisti sorvolano ipocritamente. Non vedono, non sentono, non parlano.
La storia insegna ai cittadini torinesi che risiedono in aree ad alta presenza di extracomunitari che il più grande esponente antirazzista cittadino è l’ex Sindaco Valentino Castellani. Il ricordo della sua solenne manifestazione antirazzista promossa in seguito ad una rissa tra balordi avvenuta ai Murazzi e delle parole di grande moralità spese nell'occasione è indelebile. Eppure il Sindaco tanto solerte nel manifestare per i diritti degli stranieri è sempre stato sordo alle invocazioni di aiuto che provenivano dai suoi concittadini alle prese con l’insicurezza diffusa e la violenza quotidiana a Porta Palazzo e a San Salvario. Non ha mai prestato attenzione, non è mai intervenuto, ha sempre volutamente ignorato il degenerare dei problemi. Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti: molti italiani, per evitare di vivere barricati in casa, sono stati costretti a vendere frettolosamente i propri alloggi ad un terzo del valore di mercato e ad emigrare in altri quartieri cittadini. Invece di costruire un percorso di integrazione fatto di diritti e di rispetto delle regole si è preferito edificare un monumentale ghetto, eredità ingestibile di un'amministrazione fallimentare e demagogica. Il Sindaco Castellani, dall’alto della carica istituzionale ricoperta, ha sempre condannato le proteste dei cittadini bollandole come razziste, fasciste e cariche di paure verso il diverso. Ma cosa ha fatto il Sindaco per favorire l'integrazione degli stranieri? Oltre a qualche pomposo discorsetto e alla già citata manifestazione, assolutamente niente! Li ha lasciati soli al loro destino, scaricando tutti i problemi sui cittadini. Costoro, secondo la sua illuminata visione, avrebbero dovuto sostituirsi in toto alle Istituzioni nel processo di accoglienza e integrazione. La realtà è che il Sindaco Castellani, facendosi schermo di parole altisonanti quali “razzismo” e "fascismo", ha abbandonato a loro stessi sia gli italiani che gli stranieri. Mentre il Sindaco marciava impettito davanti alle telecamere in nome dell'antirazzismo, i cittadini italiani e stranieri residenti nelle aree degradate presentavamo, insieme, richieste di intervento affinché i problemi si affrontassero realmente e non con parole vuote e inutili. Quanti danni ha combinato l'ex Sindaco! Sono ferite ancora aperte nella città e, nel frattempo, l’illegalità è cresciuta a dismisura dilagando anche in altri quartieri.
Vien dunque spontaneo chiedersi se sono i cittadini ad essere razzisti o piuttosto le Istituzioni ad essere cieche e totalmente incapaci ad affrontare pragmaticamente certe problematiche. Perché la protesta di quei cittadini che, stanchi di vivere nell’illegalità, si sono organizzati per chiedere aiuto alle Istituzioni viene considerata una manifestazione di razzismo. Crediamo che la risposta sia molto semplice. Con il razzismo si cerca di mascherare l'incapacità dei governanti e dei potenti di far fronte ai reali problemi dei cittadini. Con il razzismo si cerca di spezzare la protesta, colorandola di elementi di artificiosa negatività.
Colpisce come, di volta in volta, il razzismo cambi pelle e significato. Gli uomini di potere della sinistra italiana e del mondo cattolico lo hanno inizialmente utilizzato per mettere a tacere chi contestava il loro modo di sfuggire ai problemi reali. Oggi lo strumentalizzano per riemergere da quella sconfitta elettorale che trova radice proprio nei problemi quotidiani dell’illegalità diffusa. Il voto al centrodestra dei cittadini è infatti un voto che parte anche da queste premesse. Chi vuole tornare a governare non deve dimenticare le motivazioni che hanno indotto molti elettori di sinistra a rivolgersi a destra per chiedere il ripristino della legalità. E chi governa non deve tradire le aspettative di chi lo ha eletto.
Tutti coloro che oggi sbandierano il razzismo o tentano di costruirne la percezione per i propri fini non devono mai dimenticare che il fenomeno, se mai esiste, non si combatte con le parole, ma risolvendo i motivi di tensione esistenti tra cittadini italiani e stranieri, attraverso l’attivazione di una politica di vera integrazione e rispettosa dei diritti di tutti. L’integrazione si ottiene dando sicurezza ai cittadini e combattendo l’illegalità, che colpisce indistintamente gli italiani e gli stranieri. L’illegalità diffusa, quella che ad esempio si consuma quotidianamente a Porta Palazzo, rende infatti perplessi gli stessi cittadini stranieri che, analogamente ai loro omologhi italiani, si chiedono "che Paese è mai questo?”.


















