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La controversia tra Tibet e Cina


La situazione dei rapporti tra Cina e Tibet ha recentemente sfondato la nostra corazza di apatia nei confronti di ciò che succede nel resto del mondo, tutti compresi come siamo a contemplarci desolatamente il nostro ombelico fatto di piccoli crucci quotidiani da cui non riusciamo a distoglierci, complice una informazione che utilizza questa nostra inclinazione per orientare le nostre opinioni ed ottenere il controllo sociale. E mentre le dinamiche mondiali mutano il loro corso, inavvertitamente ma costantemente mutano anche il nostro, di quando in quando lasciandoci attoniti di fronte ad avvenimenti nemmeno immaginati che riescono solo saltuariamente a catturare la nostra attenzione. Così succede per la Somalia, per il Darfur, per la Cecenia, per il Kurdistan, per il Birmania, oggi il Tibet e gli Uiguri, domani magari per l’Egitto ed il Messico. Ci manca il filo conduttore che ci faccia comprendere cosa effettivamente succede, dove sta andando il mondo, quali conseguenze ci attendono, anche noi italiani ed europei resi un pò distaccati ed indifferenti da 60 anni di assenza di traumatici conflitti interni e di conquista di superiori livelli di benessere.

Succede che stiamo (per ora più i paesi intrinsecamente deboli) sperimentando gli effetti dei limiti della crescita, almeno con questo modello di sviluppo. Il pianeta ha (aveva) risorse enormi ma limitate. Gli abbiamo dato fondo ed ora iniziamo la lotta per contenderci ciò che è rimasto. È ormai quasi universalmente acquisito che l’origine principale dello spettacolare progresso dell’umanità negli ultimi 150 anni sia dovuto all’impiego dell’energia fossile a basso costo. Tutte le conquiste recenti di conoscenza e ricchezza sono debitrici a questo fattore, moltiplicatore di agi e serenità. Tanta facilità di vivere, ed anche di vivere meglio e più a lungo, ha provocato una vera e propria esplosione demografica. Oggi quindi ci scontriamo con la limitatezza - se rapportata al numero dei potenziali consumatori - di questa ricchezza fossile, unica dote di milioni di anni di sconvolgimenti e macerazioni e sedimentazioni. L’abbiamo letteralmente bruciata in poco più di un secolo, a prevalente beneficio di circa un 20% dell’umanità, ed ora dobbiamo fare i conti con la nostra sprovvedutezza, con l’affacciarsi tutto di un colpo alla società dei consumi di un altro buon 70% della popolazione. Insostenibile.

Non rifaccio qui tutta la storia dei limitati rapporti tra Tibet e Cina, ormai facilmente reperibile ovunque e nemmeno di controversa interpretazione. Due culture, due etnie profondamente diverse, che si sono prevalentemente ignorate l’un l’altra. Ma la Cina scopre in epoca recente il valore strategico di quel territorio, enorme e fertile ma scarsamente popolato ed origine di un bene indispensabile per il continente sottostante: l’acqua. Scoperta dovuta proprio allo straripamento della popolazione cinese che necessita di sbocchi per non soffocare, nonostante la crudele politica denatalista praticata. E quindi dopo l’avvenuta "liberazione pacifica del Tibet" del 1951, ecco il regime comunista di Mao Zedung iniziare la subdola infiltrazione di popolazione Han sull’altipiano sottraendo poco a poco il controllo territoriale ed amministrativo alla popolazione indigena, più propensa alla contemplazione ed alla meditazione che alla quotidiana lotta per la sopravvivenza ed il predominio. E proprio quest’ultimo il nodo - forse necessitato - ma intollerabile, almeno per noi occidentali (che riconosciamo in quella cultura, se non proprio in quella religione, la culla della nostra ragion d’essere e la possibile fonte della nostra rigenerazione spirituale). Un patrimonio che non possiamo consentire che vada distrutto o confinato in una riserva per facoltosi turisti annoiati, ma un patrimonio a cui deve essere consentito di perpetuarsi ed in cui poter specchiare il nostro convulso stile di vita. Ed altrettanto intollerabile per la sopraffazione dei diritti di quegli individui e di quella collettività di vivere secondo le proprie usanze e tradizioni, a maggior ragione perché nonviolenta con se stessa e con gli altri.

Huntington scrive nel suo "Scontro di civiltà" che "se dovesse riuscire davvero l’industrializzazione su larga scala della Cina, sarebbe il più grande avvenimento storico degli ultimi 500 anni". Ecco il punto. È più che probabile che la Cina non riuscirà ad industrializzarsi su larga scala, non perché non ne sia capace o le manchi la volontà, ma perché le mancheranno le risorse (energia, metalli, petrolio e acqua) per farlo. E allora se questo obiettivo non può essere perseguito, esso non deve essere l’obiettivo. Costerebbe troppo, come già constatiamo, in vani sacrifici sia di vite umane che di libertà personali.

È questo ciò che più o meno consapevolmente si rivendica con l’appoggio alla lotta tibetana per restituire loro i propri diritti nel loro territorio, e con la denuncia della repressione violenta cinese. Non è più tempo di fare ciò che una ristretta ed autoreferenziale casta ha deciso di realizzare a proprio beneficio, ma è tempo di diffondere la cultura della tolleranza e della compassione, di consentire la naturale aspirazione all’autodeterminazione di ogni individuo, di aprire alla conoscenza, di pretendere la responsabilità verso se e gli altri. È per questo che noi invochiamo un libero Tibet in una libera Cina.

La coincidenza dei Giochi Olimpici a Bejing con l’anniversario dell’invasione cinese del Tibet consentono di mettere sotto i riflettori lo stato inaccettabile di schiavitù del popolo cinese e di quello delle altre popolazioni a questi sottomesse. Questa è l’occasione che le democrazie non dovrebbero perdere per pretendere che i regimi dittatoriali facciano i conti con se stessi, scoperchiando agli occhi di tutti la loro disumanità mantenuta con la sopraffazione della loro stessa popolazione, in nome - in questo caso - di una presupposta modernità piuttosto che del sol dell’avvenire. L’apertura ai diritti umani - così come sono espressi dalla Carta costitutiva della Nazioni Unite - è ciò che il regime cinese si era impegnato a realizzare concorrendo all’assegnazione dei Giochi. È ciò che noi vogliamo, sia per rispetto dello spirito olimpico, ma anche per autotutela delle nostre civili conquiste. Il successo di questa operazione, che dipende in buona misura dalla consapevolezza e partecipazione "occidentale", può svelare anche a noi la necessità di una rapida conversione strutturale del modello di sviluppo: meno consumi - soprattutto effimeri -, maggiore cura alle nostre esistenze. Ed orientamento alla rapida quanto incruenta riduzione della popolazione.

Solo la nostra attenzione su queste questioni può produrre la trasformazione. Decremento demografico, abbandono della civiltà dei consumi, ricerca scientifica e tecnologica concentrata sulle fonti energetiche rinnovabili e sulla produzione di cibo, attenzione peri diritti umani ovunque, possono produrre quel cambiamento che, magari anche solo inconsciamente, attendiamo: riduzione delle conflittualità tra paesi detentori di materie prime e paesi consumatori, riduzione delle migrazioni coatte, riduzione della devastazione ambientale. Tutto ciò è impellente, anche se ancora non ce ne rendiamo ben conto.


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