In Italia il popolo sovrano ha votato, e a Torino ha scelto il suo nuovo sindaco. Siamo davvero sicuri che questa scelta sia stata una libera espressione di sovranità popolare? Noi piuttosto siamo convinti di aver assistito ad una riedizione in salsa italica della dottrina della sovranità limitata di brezneviana memoria. Ci spieghiamo meglio: lo stallo o paralisi della politica è tangibile, gli schieramenti dei partiti si fronteggiano ferocemente: c’è chi sostiene che il bipolarismo è il toccasana per risolvere tutti i problemi e c’è chi propugna il ritorno ai sistemi della Prima Repubblica, dove veniva data una delega in bianco ai partiti che poi sceglievano (spartendosi i posti di governo e di sottogoverno) con chi allearsi. Eppure è evidente come, al di là dei sistemi, siano i partiti nel loro insieme ad aver fallito. Lo scollamento tra la società civile (o il popolo, termine che preferiamo di gran lunga) e la partitocrazia è clamoroso. Con l’aiuto di media compiacenti, si tenta ancora di far passare sotto silenzio il gran “vaffa” che sale trasversalmente, da destra come da sinistra, verso il Palazzo. Ci dicono che sono “irrilevanti voti di protesta”, ma non è così. Il popolo si reca a votare credendo di fare la cosa giusta e di esercitare un diritto dovere fondamentale; si illude ancora che il voto permetta di scegliere. Ma scegliere chi o che cosa? Oggi si vota senza una vera convinzione, contro qualcuno o qualcosa, per il male minore.
Si dovrebbe invece votare per una proposta o per il partito più attento alle esigenze del Paese. Oggi il cittadino che vuole protestare non vota, si astiene. L'astensione è una scelta comprensibile ed in un certo senso condivisibile, allo stato attuale priva però di effetti pratici e decisamente inutile: così facendo si dà involontariamente ancora più peso alle militanze ed alle clientele dei partiti. Non a caso i politici a parole sembrano preoccupati dall’astensionismo, ma nella realtà dei fatti lo invocano. Il perché è semplice. Facciamo un esempio: se il 70% degli aventi diritto non si recasse a votare, il rimanente 30% di militanti partitici potrebbe scegliere chi ci deve governare in tutta tranquillità, garantendo il cadreghino ai propri candidati. Ovviamente a vincere sarebbe unicamente chi ha più clientele, il tutto a scapito della legittima volontà di quel 70% di cittadini deciso a non accettare nessuno dei candidati proposti.
Siamo quindi condannati a subire in eterno l’imposizione di dover scegliere tra persone che non ci piacciono? Forse no. Basterebbe riuscire, tutti noi che vogliamo vedere affrontare i problemi del Paese e delle nostre città con i fatti e non soltanto con vacue parole in campagna elettorale, a fare introdurre un quorum come quello dei referendum (50% più uno) per rendere valide le elezioni. Senza quorum raggiunto, tutti a casa. Che soddisfazione avrebbero gli italiani a togliere da sotto l’ingombrante “lato B” del politicume locale e nazionale l’amato cadreghino. Siamo certi che la rivolta contro il Palazzo sarebbe del tutto trasversale: per un momento non ci sarebbero più differenze tra destra, sinistra e centro, ma solo la volontà comune di cambiare sistema.
Il quorum renderebbe possibile una rivoluzione incruenta e, facendo tabula rasa, avrebbe la forza di rigenerare questi partiti asfittici che allontanano sempre di più dalla politica il popolo. Sappiamo bene che la nostra è una proposta che, per ovvi motivi, non verrà mai accettata dalla partitocrazia e destinata a rimanere un sogno. In mancanza d’altro è però bello anche sognare. Con la consapevolezza che, prima o poi, i sogni si avverano.


















