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150E siamo faticosamente arrivati al 17 marzo, giorno in cui ci hanno detto di celebrare l’Unità nazionale. Questo è un sentimento così radicato in noi che abbiamo litigato a lungo sulla necessità stessa di festeggiarlo. Non si incolpino soltanto i leghisti perché esistono frange meridionaliste i cui esponenti (di cui non faccio i nomi perché oggi è festa) esprimono un continuo e sordo astio travestito da vittimismo contro un Nord feroce.

Così sono passati 150 anni, ma ancora diffidiamo gli uni dagli altri e la situazione è rimasta la stessa descritta da De Amicis nel suo Cuore. Ricorderete il modo in cui i piccoli torinesi accolgono il calabrese Coraci: con uno sguardo che sfocia nella curiosità da zoo. Spesso per chiamarlo non usano nemmeno il cognome, ma lo indicano come il Ragazzo Calabrese. Approfittando del 17 marzo festivo potreste rileggervi Cuore. Non serve comprarlo, si scarica gratis dall’ottimo sito liberliber.it. C'è un capitolo, quello della consegna di certi premi che avviene, guarda caso, il 14 marzo, in cui si racconta di come fosse difficile, benché non impossibile, trovare nella Torino postunitaria ragazzi di tutte le regioni. Sembra assurdo pensarlo in un Paese che oggi ti permette in dieci minuti di raccogliere giovani di etnie anche improbabili per accompagnare buffonate di cantanti sfiatati e poco ispirati. E qui il nome lo faccio: Tricarico.

Chissà se anche questo centocinquantenario sarà segnato da un mezzo flop come avvenne per le celebrazioni del 1961, stando almeno a quanto scrive Eugenio Montale in una sua cronaca scaligera coeva. Probabilmente sì. Perché chi ha voluto a tutti i costi che il 17 marzo fosse festivo si auspicava che gli italiani in massa sarebbero scesi per le strade ad agitare Winkelemente. Nome che significa elementi di saluto e identificava quelle bandierine di carta fatte agitare dai bambini della ex Germania Orientale al passaggio di capi di Stato o durante le imponenti manifestazioni di partito. Invece, appena saputo che il 17 marzo non solo non si sarebbe lavorato, ma che cadeva anche di giovedì permettendo un insperato ponte di quattro giorni, i nostri connazionali hanno elevato un ringraziamento allo Stellone d'Italia e si sono avventati sui siti di last minute per prenotare vacanze alle Canarie o in Costa Brava. Come d'altronde vuole lo spirito patriottico. E se l'azienda non concederà il ponte, ecco che la mattina del 19 marzo negli uffici del personale di tutta la nazione si eleveranno cumuli di falsi certificati medici alti come quelle cime alpine che la natura pose a usbergo contro la tracotanza dell'aquila asburgica...

Spingere la popolazione a celebrare all'improvviso l'Unità d'Italia senza mai aver impartito lezioni di coscienza nazionale è come cercare di correre i cento metri in 9 secondi netti dopo una vita di poltrona e lasagne. Inoltre la nostra memoria è corta. Quasi non ricordiamo più Pertini, abbiamo una vaga idea di quanto è accaduto il 25 aprile. Come possiamo provare passione per personaggi come Cavour e Mazzini, che gli anni hanno reso lontani, la scuola ha reso odiosi e le epigrafi hanno spogliato di ogni umanità. Garibaldi è più simpatico solo se si viene a sapere che in tarda età, deluso dagli umani, fondò la prima associazione di difesa degli animali. Purtroppo l'amor di patria non si inventa sul momento e gli atti di un presidente della Repubblica patriota convinto come Napolitano arrivano dopo decenni di sberleffi antiitaliani da parte di seguitissimi maître à penser. Non dimentico Elogio di Franti, la fastidiosa dissacrazione di Cuore con cui Umberto Eco faceva il bulletto intellettuale e lanciava strali contro l'eterna Italietta mediocre. La stessa che il giorno 18 dicembre u.s. affollava il centro commerciale Carosello di Carugate dove il noto semiologo firmava copie del suo Il cimitero di Praga tra cumuli di prosciutti (di Praga anch'essi). Con l'età ci si ammorbidisce e il noto semiologo sarà nel frattempo sicuramente diventato un fan del Tricolore e si sarà commosso di fronte al Fratelli d'Italia (Ubriaco Triste Remix) eseguita a Sanremo da Benigni. D'altronde l'Umberto fino a ieri odiava la televisione e oggi va in onda più spesso di Belén.

Fonte

Tommaso Labranca, “150”, Film TV, XIX, 11, 20 marzo 2011, 98



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