Non c'è niente di più rivoluzionario della verità. È lì, di fronte a tutti, pronta per essere conosciuta e valutata, soltanto che le sovrastrutture di comodo spesso la fanno scolorire. La verità è talmente semplice da risultare persino banale, addirittura avvilente o squallida, talvolta. Ecco perché in molti casi, tanti la cancellano o la abbelliscono, magari soltanto per sopravvivere in una realtà mentale che si confaccia alla propria soggettiva aspirazione, oppure più spesso ancora, per portare avanti gli interessi e le necessità di ciascuno.
Gli esempi sono molteplici. È banale dire che la politica sia un gioco sporco e che diventare consigliere regionale a 15-20mila euro mensili, sia un obiettivo ambito da molti, i quali pur di farlo sono anche disposti a sferrare colpi bassi. Eppure tutta la campagna elettorale è punteggiata da candidati che si indignano perché qualcuno copre i loro manifesti con i propri, ovvero perché altri tentano di entrare nei loro ambienti per fare messe di voti.
È banale dire che le liste “civetta” di Renzo Rabellino, con nomi come “Cota”, “Lega Padana”, oppure “Grillo”, fossero molto gradite alla candidata presidente Mercedes Bresso, la quale nelle trattative con Rabellino medesimo (che nel frattempo tentava di trattare anche con Cota) ha assicurato un aiuto concreto per la certificazione delle firme. Eppure lei quest'evidenza la negherebbe pure sotto tortura. È banale constatare che Roberto Cota, leghista almeno esternamente super ortodosso, in questa campagna elettorale abbia dismesso il verde del fazzoletto, abbia stampato manifesti tendenti decisamente all'azzurro e abbia ammorbidito i toni di alcune sue esternazioni. Perché è altrettanto scontato dire che un elettorato vasto come quello che deve eleggere un presidente piemontese, talvolta non apprezza dichiarazioni estremistiche e preferisce discorsi per l'appunto più banali. Ma pure Cota, se interrogato, contesterebbe tale constatazione, sostenendo di essere rimasto un duro e puro della Padania. È lapalissiano considerare che gli immigrati non rappresentano una ricchezza per i Paesi dove si insediano, semplicemente considerando che per esempio l'Italia, piena zeppa di immigrati, sta vivendo comunque uno dei peggiori periodi di crisi della sua storia. Eppure la vulgata consolatoria ci impone una tesi utile per le coscienze (le menzogne talvolta sono a fin di bene) mentre è matematicamente dimostrabile che è la ricchezza dei Paesi dove essi si insediano il motore utile di tale fenomeno. L'emigrazione va verso il benessere, non lo crea, né contribuisce in modo significativo ad aumentarlo, eventualmente segue le fluttuazioni economiche dei paesi dove si insedia, nulla più. Scontato, evidente, talmente poco originale da non dover neppure essere discusso. Eppure così non è, anzi pare quasi una bestemmia.
Così come è sotto gli occhi di tutti che esistano Paesi e tradizioni che nel corso dei secoli hanno avuto un progresso e ottenuto un benessere collettivo inferiore a quello di altri Paesi. Tuttavia pronunciare una tale ovvia affermazione, potrebbe costare il disprezzo da parte della maggioranza benpensante, capace di linciare civilmente chiunque osasse sostenere una roba del genere. È banale dire che le domeniche del pedone sono perfettamente inutili alla riduzione dell'inquinamento, eppure ce le ripropongono da decenni e ormai molti cittadini si stanno convincendo di una qualche utilità quantomeno psicologica di tali buffonate. Così come è banale constatare che il governo nazionale stia facendo poco o nulla di quanto promesso quando doveva farsi votare. Vero è che il presidente del Consiglio deve passare il tempo a trovare un modo per evitare la galera, tuttavia ci sono ministri e sottosegretari che qualcosa nel frattempo potrebbero produrre, invece dimostrano spesso un'altra banalità che ormai tutti hanno scordato: per fare politica e per amministrare, bisogna essere capaci, è necessario farsi le ossa, prima di diventare membri di un esecutivo di un grande Paese o di entrare in una Camera legislativa come deputato o senatore.
Non è vero che una signorina dal bell'aspetto, seppure dotata di laurea abbia le capacità necessarie, oppure che un operaio della Thissenkrupp, soltanto perché è diventato un personaggio pubblico suo malgrado, sia in grado di portare avanti un'opposizione utile alla Nazione e al suo partito. E dovrebbe essere banale capire che i cittadini non amano pagare le multe e le tasse. Che le gabelle sono giuste sino a una soglia sopportabile, oltre diventano un furto legalizzato, specie se con i soldi sottratti ai cittadini non si aprono nuovi asili o non si offre una sanità gratuita e decente ai malati, ma si organizzano spettacoli cervellotici, si stampano volantini inutili, si pagano i lussi di tanti boiardi che il Paese si trova sul groppone da decenni. Guai a dirlo, mi raccomando, perché le tasse “sono una cosa bellissima”, come disse un ministro qualche anno fa.
Fonte
Giovanni Monaco, “Banalità rivoluzionarie”, Però Torino, IV, 5 (38), 24 marzo 2010, 7


















