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Città nera. "Il resto della notte" è la vera Torino


Evviva il cinema italiano capace di raccontare la realtà come il "Gomorra" di Saviano&Garrone. Evviva se è invece una rivisitazione grottesca del "Todo Modo" di Sciascia (portato sullo schermo dal grande Elio Petri), come "Il divo" (Giulio) di Paolo Sorrentino. Ma silenzio se il fantomatico neoneorealismo del cinema (e della letteratura italiana) scantona dalla denuncia politica, dall'impegno ideologico, dalla militanza a sinistra. Ecco allora nasi arricciati, fastidi incontrollati, silenzi e distinguo. Volete un esempio? All'ultimo Festival di Cannes si è parlato, giustamente, di "Gomorra" e "Il divo". Elogi, applausi e premi. Meritati. Ma a Cannes è stato presentato anche un terzo film italiano, "Il resto della notte".

L'ONDATA ROMENA

Non parla di camorra; né dell'immoralità di una certa classe politica, retta dal "grande burattinaio" con le orecchie e sventola. Parla invece di una grande città, Torino, e dell'immigrazione romena. Parla di un problema serio, drammatico e fastidioso: il senso di insicurezza del cittadino. Ho visto il film la sera prima di partire da Torino, dove ho trascorso una notte in un albergo a quattro stelle a due passi dalla stazione di Porta Nuova, e quindici giorni in un appartamento. Torino è una città bellissima. Per quattro anni sono stato consigliere di amministrazione del Museo Nazionale del Cinema alla Mole Antonelliana, una istituzione unica in Europa e nel mondo, che solo il disinteresse della politica per la cultura non riesce a valorizzare. Durante il soggiorno ho avuto questi incontri con l'immigrazione. La prima sera arrivato in albergo poco prima delle dieci, mi dicono che non posso parcheggiare nel cortile, e devo spostarmi in un garage situato nella strada parallela. Lasciata la macchina, mi trovo esattamente a cinquanta metri dall'albergo, ma nel breve tratto di strada scopro una realtà incredibile.

UBRIACHI E MOLESTI

Ci sono solo extracomunitari, alcuni ubriachi. Parlano a voce alta, in terra sono sparsi vetri di bottiglie di birra. La strada è poco illuminata, non c'è anima viva. Bella accoglienza. A chi dice che i militari in strada nella notte non servono, invito a fare una capatina nella parallela di via Nizza. Certamente si ricrederà. Nei giorni successivi uno zingaro, al massimo dodicenne, in compagnia di un socio, prova a mettermi le mani in tasca. Sento qualcosa dietro di me, mi giro, ma quello è lestissimo e si è dileguato. Parcheggio la macchina al Lingotto, geniale recupero di uno spazio industriale in disuso, per andare in un supermercato dei cibi di qualità, Eataly.

LADRI DI AUTOMOBILI

Torino ha felicemente ideato lo Slow Food, e questo nuovo spazio è un posto unico al mondo. Si mangia benissimo, si spende poco e il cibo servito in tavola è lo stesso venduto al bancone: fresco, di primissima qualità e perlopiù organico. Ma al parcheggio non c'è uno straccio di sorveglianza, e un altro piccolo zingaro mi apre la porta della macchina per rubarmi il sacchetto con i dolci dimenticati dal giorno prima. L'ultima disavventura mi accade di venerdì pomeriggio, alle sei, nell'affollatissima piazza Castello. Mentre sto guardando gli orari di Palazzo Madama, scoppia una rissa tra giovani andini (peruviani?). Uno mi casca addosso, un altro ha un coltello in mano. Mi giro, non c'è nessuno: un vigile, un poliziotto, una guardia giurata. Attraverso la strada. e sono esattamente nella zona dello shopping di lusso. Riparo nella boutique di Nespresso. Le magiche capsule del caffè e il volto di George Clooney mi separano dalla realtà. Attraverso la grande vetrina vedo la fine della rissa: forse si stavano solo divertendo. Forse sarò stato sfortunato. Ma non credo. L'immigrazione a Torino è un grosso problema. Un problema che tocca la vita di tutti i giorni. Ho vissuto trent'anni fa a Nizza, da studente universitario. A Roma, dove abitavo, l'incontro con i "vu'cumprà" era un evento folcloristico l'estate in spiaggia; a Nizza ho conosciuto anzitempo la faccia violenta dell'immigrazione.

LE FACCE VIOLENTE

Ho vissuto a Los Angeles, vedendo le facce nere e marroni delle gang, e non in televisione, ma dal vero. Non mi spaventa lo zingaro, il rom, il romeno, il nero. Non sono razzista. Nelle vene ho sangue meridionale, pur se di antica provenienza sveva. E nel film "Il resto della notte" ho riconosciuto questa Torino così insicura. Una città assediata da un nemico strisciante, un mostro di giorno in giorno sempre più inquietante. Ma soprattutto sono rimasto di sasso nel leggere certi commenti al film sula carta stampata, a cominciare dal "Corriere": opera xenofoba, razzista, leghista, incitante all'odio razziale. Il film è una precisa fotografia della realtà, come lo è stato qualche anno fa "Il mercante di pietre" di Renzo Martinelli. Possiamo chiudere gli occhi, far finta di niente; anzi arrivare a dire che un film addirittura alimenti l'intolleranza. Ma non è così. Il "politicamente scorretto", in ogni settore, deve scontrarsi con mille difficoltà. Ma quasi sempre è nel giusto. E "Il resto della notte" è nel giusto.

Fonte: Libero Quotidiano


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