C.C.S.T. - Coordinamento Comitati Spontanei Torinesi

    

Immigrazione: la sfida del nostro tempo


Se il mondo, oggi, si fa sempre più piccolo, è anche grazie ai flussi globali della comunicazione. Ed essa è ad appannaggio, in gran parte, dei paesi più sviluppati, in cui lo standard qualitativo della vita è superiore rispetto alle condizioni sociali, politiche ed economiche di quei popoli che rientrano nella cosiddetta categoria del Terzo Mondo. Ciò implica che i paesi più industrializzati siano, ormai, divenuti il sogno di un eldorado da raggiungere da parte delle popolazioni meno abbienti, causando, quindi, un flusso migratorio che, se si è intensificato a partire dagli ultimi anni del Novecento, quando il crollo del Muro di Berlino ha determinato la fine di un mondo congelato dalla Guerra Fredda, ora è destinato ulteriormente a crescere.

Se da una parte il fenomeno della globalizzazione ha reso possibile l'abbattimento delle barriere spazio-temporali che esistevano tra i popoli, dall'altra non ha prodotto una fusione delle loro rispettive culture: esse, ancora oggi, costituiscono il tratto distintivo che, attraverso il linguaggio, gli usi e i costumi,  marca la differenza tra i popoli. Inoltre il mercato globale ha stimolato la competizione tra le economie facendo emergere disparità sociali ed economiche nei territori del mondo. Questi fattori sono alla base delle criticità che, oggi, avvolgono la nostra quotidianità e che calano il tema dell'immigrazione nell'agenda politica degli Stati sia sul piano economico che sociale. Nei confronti di questo fenomeno non esiste una soluzione globale risolutiva, poiché non vi è un'istituzione mondiale capace di esprimere una politica comune a tutti i paesi. L'evoluzione dei flussi migratori, e la conseguente necessità di regolarli, rientrano nell'ampio quadro di problematiche mondiali che vengono però gestite dai governi locali degli Stati. Anche una struttura sovranazionale come l'Unione europea non è stata ancora in grado, fino ad ora, di esprimere una politica efficace che possa risolvere il problema.

Se in Italia, verso la fine degli anni' 80, secondo l'indagine del Censis la popolazione straniera era di 400.000 persone, oggi ammonta a 3.432.651. Nel nostro Paese, quindi, si è verificato un aumento esponenziale dell'immigrazione, addirittura dell'800% nell'arco di trent'anni e del 246.1% negli ultimi 10. La crescita vertiginosa di questi dati  impone da una parte la necessità di porre un freno a questi flussi, dall'altra crea nuovi problemi, legati all'integrazione di queste persone nel nostro tessuto sociale ed economico.

In questi anni ogni Stato occidentale ha tentato di governare il fenomeno migratorio secondo modelli che sono risultati fallimentari. Che cosa ha ottenuto, ad esempio, l'Inghilterra, che ha creduto che l'edificazione di una società multiculturale fosse la soluzione migliore per raggiungere la coesione sociale? Fenomeni di razzismo e di terrorismo, che hanno finito per acuire le differenze culturali. Per non parlare della Francia, che, invece, ha creduto nel processo di assimilazione ritenendo che la nazionalità costituisse il cemento della convivenza sociale, ma le ribellioni della terza generazione d'immigrati nelle banlieues hanno confutato il suo standard di integrazione. In realtà non esiste un modello predefinito che possa unire nella buona convivenza culture differenti. Lo dimostra anche l'Olanda, che oggi lamenta una crisi identitaria che si è originata da una politica di integrazione che ha posto in secondo piano le culture dei popoli. Se l’approccio al problema immigrazione da parte dell’Inghilterra, della Francia, dell’Olanda, paesi che hanno avuto esperienza coloniale, e che quindi hanno avuto la possibilità, in passato, di confrontarsi con le popolazioni del mondo, non ha prodotto quella coesione sociale voluta, si comprende come oggi le politiche di governo dei flussi migratori da parte dei singoli paesi debbano essere impostate con un maggior rigore, attraverso provvedimenti che, come è accaduto nel caso dell’Italia, prevedano anche, se è il caso, accordi bilaterali che consentano, sempre nel rispetto del diritto di asilo, i respingimenti dei clandestini; per chi, invece, vive e lavora legalmente nello Stato ospitante è necessario portare avanti una politica di integrazione sociale che si basi sulla necessità, da parte degli immigrati, di acquisire gli aspetti fondanti dell’identità culturale del paese di accoglienza.

Difendere i nostri confini dagli stranieri che entrano illegalmente significa tutelare l'integrità del nostro Stato sociale. E questa è la strada che il Governo Berlusconi sta perseguendo per l’Italia: grazie all’accordo di Amicizia e Cooperazione con la Libia gli sbarchi nel nostro Paese si sono ridotti notevolmente. L'ultimo Rapporto Sopemi-Ocse «International Migration Outlook», che ogni anno il Censis realizza per l'Ocse, ha fatto registrare la riduzione degli sbarchi del 90%. A maggio-agosto 2008, infatti, ci furono 14.220 sbarchi, mentre nello stesso periodo nel 2009 solo 1.345. Anche la Spagna è nelle nostre stesse condizioni di esposizione ai flussi migratori, ma la scelta di Zapatero di coniugare una rigida difesa dei propri confini territoriali con politiche ideologiche di rimpatrio degli immigrati in tempo di crisi economica è fallita. Il piano di rientro elaborato da premier spagnolo, stabilisce, infatti, il pagamento in due soluzioni di tutte le indennità di disoccupazione agli immigrati che accettino di tornare nel loro paese, di rinunciare al permesso di soggiorno e di impegnarsi a non cercare di tornare per almeno tre anni: purtroppo la soluzione proposta da Zapatero ha immediatamente mostrato i suoi punti deboli perché prevede, oltre a, come detto, un reingresso dopo poco tempo, la concessione di un'indennità di disoccupazione molto esigua, che non permette di avviare alcun progetto di vita nel paese di origine.

L'immigrazione può avere anche risvolti drammatici, che si declinano nel tessuto sociale con fenomeni di criminalità. Il rapporto Censis ci descrive una realtà, quella del nostro Paese, in cui sono soprattutto gli immigrati irregolari e quelli clandestini a delinquere. Infatti nel 2008 i cittadini stranieri denunciati sono stati 205.188 (29,7% del totale), mentre gli immigrati arrestati sono stati 97.432 (49,2% del totale); al 1 settembre 2009 i detenuti stranieri sono 23.696 (37% del totale). Si tratta con tutta evidenza di cifre sproporzionate se confrontate con quelle riguardanti l'incidenza sulla popolazione residente, pari al 5.8%. Gli immigrati regolari che lavorano e che vivono in Italia, negli ultimi anni, hanno acquisito un peso maggiore nel nostro tessuto sociale ed economico: essi contribuiscono al 4% del gettito contributivo Inps e l'apporto dato alla ricchezza del Paese è pari a 122 milioni di euro all'anno (il 9,2% del Pil nel 2006). Ma le disponibilità del mercato italiano, che oggi risente della crisi economica, non possono essere l'unico parametro su cui fondare le politiche di immigrazione.

L'integrazione sociale ha risvolti più profondi e deve tener conto anche del fattore culturale, legato all'identità del nostro Paese. Se non vogliamo che si verifichi una banlieue italiana gli immigrati saranno tenuti ad acquisire quegli aspetti della nostra cultura e della nostra identità che, come la lingua e la storia italiana, valorizzano la cittadinanza di un Paese. Il governo Berlusconi, per opera del ministro Gelmini, sta provvedendo in tal senso anche nella Scuola, affinché le giovani generazioni di immigrati possano integrarsi al meglio dando loro la possibilità di conoscere la nostra cultura attraverso il loro inserimento in classi scolastiche composte in maggioranza da italiani. Questo è un approccio al problema immigrazione che si fonda non su un modello preordinato, ma sulla realtà sociale dell'Italia.

Tutela della sicurezza civile e sociale, difesa dei nostri confini contro l'immigrazione clandestina, insegnamento della nostra lingua e cultura agli stranieri che vivono in Italia: sono questi gli ingredienti che uno Stato può proporre di fronte ad un fenomeno globale di tale portata. E se a questi aspetti  aggiungiamo gli sforzi del nostro Paese per contenere il flusso migratorio anche attraverso politiche volte a portare benessere negli Stati di provenienza e che fanno perno su accordi bilaterali (cooperazione allo sviluppo), si può comprendere come l'immigrazione costituisca un nodo che, al giorno d’oggi, abbraccia problematiche trasversali, che comprendono non solo la dimensione sociale, ma anche quella economica, civile, culturale e religiosa.

Tratto da: Ragionpolitica


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