La kultura dei tavoli imbanditi, dei sei antipasti, tre primi e due secondi. Dolce, caffè e pussa caffè. La kultura degli amici, dei clientes, dei gruppi organizzati, di quelli meno organizzati, ma pur sempre sodali. E poi la kultura sempre indignata, quella che piange perché non ne ha mai abbastanza: vuole fagocitare i soldi delle nostre tasse per vivere, ingrassare, crescere, nutrirsi e poi dire che crea posti di lavoro.
Posti fasulli e fittizi, pompati dall'assistenzialismo, ma che importa. Il mercato? Va bene per i comuni cittadini che se sono bravi possono magari vivere e campare, se non lo sono possono crepare di fame. Ma i protagonisti della kultura no, bravi o pessimi devono poter attingere in modo parassitico da fondi senza limiti. È interessante notare come, pochi giorni dopo la fiera manifestazione “pro cultura” che si è svolta per le vie di Torino (tutti incazzati perché si riducono i “loro” soldi) sia scoppiato il bubbone di Giuliano Soria e del premio Grinzane Cavour.
Una vicenda paradigmatica. Denari come piovesse, riversati da tutti gli enti, dagli assessorati, dagli uffici di ogni istituzione, di qualsivoglia ordine e grado. Ognuno pronto a dare, dare, dare. Perché – diciamolo – il premio Grinzane era (è) una delle poche manifestazioni di livello nazionale e internazionale organizzate a Torino. Rispetto alle tante boiate che si continuano a proporre agli ignari cittadini, il Grinzane faceva (fa) la figura d'un diamante tra fondi di bottiglia.
Eppure conteneva in sé il male oscuro del sistema. Quello che svincola la kultura da un minimo riscontro di mercato, da una gestione vagamene sana. E che permette di fare qualsiasi cosa, venendo rimborsati a piè di lista. Non sappiamo se Soria sia colpevole di quanto è accusato. Ma è certo che avrebbe potuto portare avanti il suo premio in modo eccellente, come del resto ha fatto, pur evitando di invitare centinaia di persone a fare viaggi, cene, pranzi, settimane di vacanza (kulturale). Senza premiare chi non lo meritava, perché magari era potente e poteva assicurare qualche garanzia o protezione, senza essere amico del novanta per cento dei giornalisti con ambizioni letterarie, i quali lo beatificavano sulle loro testate come un mecenate del nuovo millennio. Mecenate coi soldi altrui, naturalmente.
E fa davvero imbufalire che adesso tutti s'accorgano di ciò che già sapevano. Probabile che molti tra coloro ora stigmatizzano pranzi e viaggi, vi abbiano addirittura partecipato. Ci vuole un'accusa di molestia sessuale perché si aprano gli occhi? Cosa c'entra l'eventuale maltrattamento di un dipendente con il fatto che Soria mettesse nelle casse del Premio milioni e milioni di euro pubblici ogni anno? Non ci si era accorti del rischio assunto?
È questo modo di ragionare ad essere profondamente sbagliato. Perché non individua il punto: Giuliano Soria potrà essere “considerato” un galantuomo oppure verrà “dimostrato” che è un farabutto. In realtà è e resta una persona come le altre, come tutti noi. Con i suoi riconosciuti pregi e i suoi ben noti difetti. E siccome i soldi pubblici vengono affidati prima di tutto a delle persone, non è Soria che deve essere messo sul banco degli imputati (lo sarà, ma come molti sanno la responsabilità penale è personale): è il sistema Torino che deve essere riconsiderato e rivisto. Un sistema di autocertificazione kulturale e finanziaria, che non guarda i meriti, ma considera soltanto le appartenenze e i rapporti di forza. Un sistema che non controlla, non verifica e non ha misura nell'elargire, quando decide di farlo.
La cultura (con la c) non può sopravvivere senza il contributo pubblico? D’accordo, diamo quanto necessario per sopravvivere. Non quello che serve per arricchirsi.
Fonte
Giovanni Monaco, “Kultura”, Però Torino, III, 2 (19), 27 febbraio 2009, 5


















