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L'impegno


Lo so, un amen e ti becchi la nomea di Savonarola d'accatto, epigone di quel frate giovialone che prima di finire grattinato sul rogo passava le sue giornate a rammentare ai suoi concittadini l'ineluttabilità della morte e l'impellenza di una conversione radicale: “Ricordati che devi morire!” annunciava l'apocalittico fra Girolamo. Roba da metter mano agli zebedei e scacciare il monaco menagramo con le parole che Massimo Troisi usò in Non ci resta che piangere: “Mo me lo segno”. Insomma, non piace a nessuno che gli si sbatta in faccia, brutalmente, la fugace parabola della nostra esistenza. Figurarsi in questa città-ricreatorio, in preda alla fregola del divertimento vacuo, ubriaca di baldoria consumistica, cloroformizzata dal gaio nichilismo, dove tutto è festa e tutti idolatrano l'Evento, moderno moloc della disperazione contemporanea. Eppure, bisogna trovare il coraggio, proprio in questa Torino postolimpica, mondana e gaudente, festosa e festante, trasformata in un pugno d'anni nello stucchevole paese dei balocchi per bambinoni ultracinquantenni, di rimettere al centro della nostra vita individuale e di quella della nostra comunità lo spirito di sacrificio, il merito e, persino, il valore del dolore e della sofferenza. Certo, parlare di sacrificio e di merito è un'impresa ardua, in una città in cui chi occupa posti di comando lo fa in nome e per conto di legami familiari o di clan, chi per sua stessa ammissione non capisce nulla di teatro presiede lo Stabile e chi è senza mestiere siede nei principali consessi pubblici. E poi vogliono farci credere che è tutta colpa delle veline e dei tronisti della De Filippi, dei reality show e di Grillo, di YouTube e delle fiction, e non piuttosto del degrado della classe dirigente nel suo complesso, nella briatorizzazione dell'imprenditoria, nella stoltezza dei politici.

È difficile proporre parole divenute tabù - impegno, responsabilità, sacrificio, merito, dolore, ma anche premio e castigo - parole espulse oltre la cinta daziaria da una generazione che in nome dell'ideologia edonista e della propria affermazione di casta ha reciso ogni legame con la tradizione, ha distrutto ogni concetto di autorità, ha annullato ogni vincolo ai valori. Ma va fatto, non foss'altro dopo l'ambigua reazione alla tragedia della ThyssenKrupp, di fronte alla quale la città si è scoperta frastornata a fare i conti con il lavoro operaio, la fatica, il sudore della fronte, i calli alle mani, la morte. Un senso di straniamento da una realtà che si presumeva definitivamente archiviata nelle pagine della storia, consegnata al passato ferrigno dell'ex capitale dell'auto, out, superata dalle magnifiche sorti e progressive dell'immateriale industria del loisir e del tempo libero. Come per la 500: in Polonia la produzione, a noi la festa.

La società del divertimento non sopporta insuccessi. Guai se manca lo spasso. Nella città dell'Io, qualsiasi rinvio dei presupposti momenti di felicità viene percepito come un'offesa personale, come un sabotaggio all'autorealizzazione, come un attentato al proprio inalienabile diritto al godimento. Che si tratti di rave party o love parade, di ClubToClub o festini a base di sesso e cocaina, o ancora di after hour e vernissage, l'imperativo è il medesimo: brucia, consuma, esibisci, stordisciti.

Dove tutto deve essere divertente, i cinici vanno forte. La carriera e la ricchezza danno il timbro al nostro mondo, l'insuccesso non è contemplato e l'invidia è la potente molla sociale per la realizzazione personale. Su come si possa far fronte alle sconfitte e alle crisi, non parla nessuno; vengono messe in dissolvenza sfortuna, insuccesso, ma anche dolore, menomazioni, debolezze, morte. I nostri ragazzi crescono senza radici perché i loro padri hanno rinnegato valori e regole, li abbiamo allevati risparmiando loro sforzi e sacrifici, in una società in cui tutto è concesso e ogni trasgressione è un diritto. E allora non stupiamoci se non riusciamo a vedere che dietro ai fondali di cartapesta degli allestimenti olimpici ci sono sofferenze, che accanto a Eataly e all'enogastronomia radical chic c'è gente che raccatta frutta tra i rifiuti, al termine di ogni festa cresce la disperazione e la solitudine. Sotto le luminarie di Luci d'Artista c'è il buio del nostro cuore.

Fonte

Bruno Babando, “L'impegno”, Però Torino, II, 1 (8), gennaio 2008, 9



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