La sinistra italiana è così: arriva sempre con qualche anno (o decennio) di ritardo sui problemi del Paese, e quando finalmente si decide ad affrontarli lo fa in modo confuso e raffazzonato. E persino ipocrita, perché non di rado è proprio la sinistra a portare su di sé gravi responsabilità nella formazione, sedimentazione e dilatazione dei suddetti problemi. Quello che è accaduto in questi giorni, con il varo del cosiddetto «pacchetto sicurezza» e con la frettolosa trasformazione di una parte di esso in decreto legge a seguito dei fatti di Roma in cui ha trovato la morte la donna aggredita martedì sera da un rom, ne è l'ennesima conferma.
Ora la sinistra grida allo scandalo e invoca regole severe e pene certe, fa la voce grossa con la Romania e annuncia un giro di vite legalitario; ma basta andare un poco indietro nel tempo per vedere che cosa la stessa sinistra dicesse a proposito delle politiche del centrodestra in materia di immigrazione e controllo del territorio, definite di volta in volta «autoritarie», «repressive», «intolleranti» e, va da sé, «fasciste». A queste politiche i vari Veltroni, Prodi & CO. opponevano la «cultura del dialogo», del «rispetto del diverso», della «tolleranza» e della «accoglienza», ammantando i loro discorsi con disarmanti analisi sociologiche sul «disagio», sulle «disuguaglianze», sui «guasti del sistema». Tutto fumo e niente arrosto. Tutta aria fritta, ma buona per strizzare l'occhio ai movimenti antagonisti, ai pacifisti ideologici, ai cattocomunisti, ai no global.
Così, giorno dopo giorno, ha preso forma l'immagine dell'Italia come Paese senza frontiere, come paradiso per i migranti, come terra dell'impunità, come ventre molle dell'Europa. Un'immagine di cui ora iniziamo a pagare le conseguenze, con un senso di paura montante in fasce sempre più ampie della popolazione, che si sentono insicure, spaesate, in balia del criminale di turno. Una situazione pesante e dagli esiti potenzialmente devastanti, perché, come ha affermato il cardinale di Bologna, Carlo Caffarra, in una intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, «la legalità è un bene umano fondamentale, e pertanto è parte costitutiva del bene comune». La sinistra se ne accorge solo ora, quando ormai la frittata è fatta, dando un'immagine di schizofrenia politica pari soltanto alla sicumera con cui, in tutti questi anni, ha condannato senza appello le proposte del centrodestra nel nome di una superiorità culturale ormai discioltasi, alla luce dei fatti recenti, come neve al sole.
Per restare aggrappati al potere e per raccattare qualche consenso in più ora torna utile anche il linguaggio della destra, adottato specificando che «la sicurezza è un diritto fondamentale che non ha colore politico» (così Walter Veltroni nel suo discorso al Lingotto di Torino del 27 giugno scorso); torna utile gettare a mare la maschera dei buoni sentimenti e indossare la nuova veste dei giustizieri senza pietà; torna utile convocare d'urgenza un Consiglio dei ministri per imporre la parola d'ordine della «legalità» dopo che il giorno prima non si erano trovate la forza politica e la coesione necessarie per farlo. Dove andrà a finire questa sinistra senza identità e senza idee proprie, costretta, per sopravvivere, a biascicare tartagliando i temi che da dieci anni a questa parte ha messo sul piatto della politica il centrodestra (meno tasse, un mercato del lavoro flessibile, una Costituzione al passo coi tempi, e ora, appunto, la sicurezza)? Una cosa è certa. Come ha dichiarato a Libero il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, «la sinistra ha sempre sottovalutato il problema della sicurezza, lasciandosi prendere da pruderie di altro tipo... I cittadini associano il centrodestra alla sicurezza e la sinistra al permissivismo. Gridare “al lupo” oggi va benissimo, ma i cittadini sanno bene come stanno le cose e giudicano di conseguenza». Come dire: diffidate delle contraffazioni.
Fonte
Gianteo Bordero, “L'inganno“, Ragionpolitica, 3 novembre 2007


















