John Howard, premier per quattro legislature consecutive, ripeteva una semplice ma scomoda verità: ogni Paese ha la sua cultura e sono gli stranieri a doversi adeguare se vogliono rimanere. Argomento tabù in Italia
«Sono stanco del fatto che questa nazione debba preoccuparsi di sapere se offendiamo alcuni individui o la loro cultura. La nostra cultura si è sviluppata attraverso lotte, vittorie, conquiste portate avanti da milioni di uomini e donne che hanno ricercato la libertà... La maggior parte degli Australiani crede in Dio. Non si tratta di obbligo di cristianesimo... ma è un fatto. Se Dio vi offende, vi suggerisco allora di prendere in considerazione un'altra parte del mondo. Questo è il nostro Paese, la nostra terra e il nostro stile di vita... se non fate altro che prendervela con il nostro stile di vita... allora vi incoraggio fortemente ad approfittare di un'altra grande libertà australiana: il diritto ad andarvene».
Chi è che parla così agli immigrati musulmani? Il peggiore dei «razzisti», degli «xenofobi», degli «integralisti»? Sarebbero, queste, infatti, le etichette pronte per chiunque avesse pronunciato un tale discorso in Italia, dove è stato definito «xenofobo» il 45% degli italiani per aver affermato, in una apposita rilevazione statistica, di non gradire la presenza degli stranieri. È il signor John Howard, invece, ex capo del governo australiano, che ama il suo Paese, che non tradisce la propria patria e i propri concittadini, e che non esita a dire alcune indiscutibili verità. L'Australia è un Paese grandissimo, un intero Continente, con una superficie di 7.682.300 km quadrati, con una densità di poco più di 2 abitanti per km quadrato (il meno popolato del mondo), con una storia molto breve alle spalle visto che la colonizzazione europea è iniziata alla fine del Settecento. Malgrado questo immenso spazio, gli aborigeni, stimati all'inizio in circa 300mila individui, si sono ridotti a poco più di quarantamila e stanno per estinguersi. È stato guardandoli che John Howard ha visto, come in uno specchio, il prossimo futuro dei bianchi, e ha deciso che non si deve più ammettere neanche il più piccolo strappo alla propria civiltà.
In Europa, in Italia, tutti sappiamo, o almeno intuiamo, che questa è la verità; che, se non si ferma subito, in modo drastico e assoluto, l'ingresso degli stranieri e la tolleranza nei confronti dei costumi di quelli già presenti nel nostro territorio, noi diventeremo presto un popolo in estinzione, culturale, mentale, prima ancora che fisica. Ma sappiamo anche che, contrariamente ai governanti australiani, i nostri leader – politici, ecclesiastici, sindacalisti, intellettuali – perseguono con ostinata volontà la nostra fine. Nessuno si fa più illusioni in proposito: l'evidenza parla da sé. I provvedimenti presi per limitare l'immigrazione sono talmente esitanti e inadeguati che servono soltanto come fumo negli occhi. Se mettiamo a confronto i dati principali dell'Australia – estensione, densità, storia – con quelli dell'Italia, e la preoccupazione del suo ex primo ministro in confronto alla ossessiva spinta «all'accoglienza» dei nostri governanti, viene perfino da ridere. I giornali ci informavano pochi giorni fa con strana esultanza che nel nostro minuscolo territorio, di circa 25 volte più piccolo, siamo diventati, con l'apporto degli immigrati, 60 milioni, a fronte dei poco più di 21 milioni di australiani; senza poi volerci neanche riferire ai nostri millenni di ricchezza culturale al cui confronto gli scarsi due secoli dell'Australia sono nulla. I nostri politici e amministratori, sia di destra sia di sinistra, si fanno gloria di questa ricchezza, mettendone in mostra per il turismo di volta in volta la pittura o la musica; ma lavorano contemporaneamente con tutte le loro forze alla sua fine. Sanno bene che i conquistatori, e a maggior ragione i musulmani che vi sono costretti dalla loro religione, distruggono sempre la memoria dei vinti. Ciò che li spinge, insieme con tutti gli altri politici, perciò, è il progetto di estendere il loro potere al mondo intero, passando sopra alla testa dei popoli. Un progetto, quello della globalizzazione, perverso e destinato al fallimento, come ben già si vede dalle crepe dell'unificazione europea che ne è stato il primo passo. Ma sappiamo ugualmente che non si fermeranno, come mai nessun potente si è fermato fino alla catastrofe.
Fonte
Ida Magli, “La lezione degli australiani”, il Giornale, 22 febbraio 2010, 1, 15


















