Mi capita di entrare in qualche vecchia chiesa e di vedere tra le lapidi del primo Novecento che decorano le pareti ampollosi ringraziamenti a qualche personalità della zona, un nobile o solo un possidente, che aveva profuso parte delle sue ricchezze per abbellire o riparare l’edificio, per accogliere orfani e indigenti del paese. E ogni volta penso a come oggi un comportamento simile, un tempo considerato encomiabile, sarebbe stigmatizzato oppure passerebbe inosservato. Perché oggi va di moda il lontano e non solo nelle vacanze.
Se in una pausa pranzo raccontate ai colleghi di essere andati in ferie a Gatteo a Mare, diventerete lo zimbello di tutti coloro che invece sono stati in Multinesia. «Ottanta ore di volo, ma ne è valsa la pena!». Allo stesso modo se decidete di compiere azioni benefiche o anche solo volontaristiche nel vostro rione sarete emarginati in società come non succede più nemmeno agli ex galeotti. La vera solidarietà si esercita per lo meno in Eurovisione, altrimenti si è provinciali. Avete una vecchietta vicina di casa che sta morendo di inedia? Ignoratela. E consumatevi invece il pollice a furia di spedire gli sms solidali, quel brutto fenomeno che spendendo solo due euro dal vostro telefonino, vi farà sentire come Madre Teresa senza muovere il culo da casa. Sento spesso puzza di truffa quando mi si chiede di dare la somma ormai standard di due euro agli orfani albini sordomuti e con l’acidità di stomaco del Burinistan. Ammesso che esistano e che ricevano l’importo che mi è stato chiesto in uno spot strappalacrime in bianco e nero in cui l’attricetta struccata, con il sottofondo dell’Adagio di Albinoni, sollecita il mio buon cuore.
Mesi fa ero ospite di Glob su Rai3. Nella stessa puntata era ospite anche Walter Veltroni. Prima della registrazione ci chiusero in una stanzetta e a un certo punto, commentando una triste situazione in Campania, il Walter disse sconsolato: «Non se ne occupa nessuno, stanno tutti a pensare all'Africa». Lo guardai in modo strano. Forse si trattava di Willy Veltroni, gemello del più noto Walter che per decenni ci ha ammorbati con l’africofilia. Ripenso a tutto questo in seguito a una vicenda molto triste. Una signora rumena, Maricica Hahaianu, è deceduta a Roma dopo essere stata aggredita per futilissimi motivi da un nostro connazionale tanto stupido quanto feroce. Qualcuno lo ha paragonato a un animale. Sbagliando. Gli animali attaccano per difendersi o per nutrirsi. Solo gli uomini attaccano per il gusto di farlo. I giornali hanno dato il giusto risalto alla notizia, qualcuno si è anche lamentato del fatto che se le parti fossero state invertite, ossia se a essere rumeno fosse stato l’assalitore, sarebbero partiti gli scoppi di indignazione, le fiaccolate, gli specialoni televisivi. Quello che mi ha colpito è che nessuno su Facebook ha messo come icona il viso della signora Hahaianu. Eppure gli iscritti a quell’inutile sito sono sempre pronti, come ho già più volte fatto notare, a spargere lacrime informatiche su qualsiasi ingiustizia accada al mondo. Nastrini, loghini, bimbini, cucciolini... la disgrazia non fa in tempo ad accadere che ecco accendersi il più irritante dei social network con migliaia di icone pseudo partecipative.
Ho capito subito perché. Il difetto della signora Hahaianu era di essere integrata, di non essere clandestina, di essere perfettamente assimilabile ai milioni di cittadini romani che al mattino affollano la città. Si fosse trattato di bambine afgane o vecchie palestinesi ecco che sarebbe scattato il cordoglio iconografico. Perché l’Afghanistan o la Palestina sono lontani e fanno figo. La signora rumena era vicina. Occuparsi di lei sarebbe stato ridicolo come andare in vacanza a Gatteo a Mare. E c’è di più. La signora Hahaianu lavorava come infermiera, quindi portava aiuto e non lo chiedeva. E questo non piace alle suorine del Santo Cuore Informatico di San Zuckerberg che preferiscono il miserabile e lo straccione cui fare da Florence Nightingale. A distanza, sia inteso. Ancora un riferimento personale. Dopo aver pubblicato Haiducii mi sono scontrato spesso con simili dame di carità che si dicevano perplesse perché leggendo dei miei rumeni si rideva e non si piangeva. «È un libro senza tematica», disse una, abituata ai cacciatori di aquiloni e smarrita perché non avevo messo in bocca ai Petrescu certe sterili ideuzze anticapitaliste che i migranti devono per forza avere, perché non erano ladri e prostitute. Non erano lontano.
Fonte
Tommaso Labranca, “Lontano”, Film TV, XVIII, 43, 31 ottobre 2010, 98


















