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Macerie pubbliche


Appalti, soldi pubblici, interessi privati. Farsi una passeggiata serale nella zona dello Stadio delle Alpi infonde pensieri maligni nel viandante. A cominciare dallo stadio, che è stato abbattuto: si intravvedono macerie penose, ma il tempio del calcio non c'è più, forse il restyling juventino ne salverà le fondamenta, non lo sappiamo né ci interessa. Resta il fatto che una struttura costruita soltanto 19 anni fa spendendo 110 miliardi di lire sfilate dalle tasche dei contribuenti, è stata tranquillamente demolita, perché “la partita non si vedeva bene”. Secondo i dati Istat sull’inflazione, tale somma oggi si avvicinerebbe ai 200 milioni di euro. Intanto, Palazzo di Città ha trovato “conveniente” incassare 25 milioni dai bianconeri per la cessione dell'area.

L'assessore allo sport del Comune nel 1990, Lorenzo Matteoli, è nel frattempo migrato nei mari del Sud e nessun magistrato ha verificato se avesse portato con sé qualsivoglia bottino. Ricordiamo con disgusto la campagna di stampa organizzata da più quotidiani cittadini e dalla tivù pubblica regionale, in concerto con lo stesso Matteoli, che denunciava il “cancro al cemento” dello stadio Comunale. “La struttura sta per sfaldarsi, inutile tentare di riutilizzarla”, si scriveva alla fine degli anni '80, quando molti chiedevano di sfruttare l'esistente, invece che gettare denaro dalla finestra. Poi la favola del cancro al cemento è stata dimenticata da tutti, in primo luogo dai giornalisti che ne scrissero e il Comunale trasformato in Olimpico, è tornato pacificamente ad ospitare le partite.

Ma se la chemioterapia della memoria funziona per i grandi giornali, la visita turistica della Continassa continua a insinuare dubbi. “Lo stadio è bellissimo”, dichiarò l’allora presidente della Juventus Vittorio Chiusano, buonanima, nel sedersi per la prima volta al Delle Alpi. Settantamila posti coperti. Sprizzava gioia da tutti i pori perché era riuscito a non pagare nemmeno una lira per il catino. La pista d'atletica? “Necessaria”. Necessaria per abbattere lo stadio, senza il quale ora passando per corso Ferrara, già si scorge un apparente luna park. Avvicinandosi alla zona, al fumo e al rumore, si capisce di essere finalmente arrivati alla mitologica Arena Rock.

Uno spiazzo di sterpaglie circondato da una muraglia prefabbricata e da quattro cessi pubblici. Ecco il nuovo tempio della musica subalpina, costato 5 milioni di euro e rimasto inutilizzato per un biennio. Che una recinzione, per quanto grossa, possa costare 10 miliardi di vecchie lire è davvero difficile da credere. Che questo spiazzo si tramuti in una Woodstock in bagna caoda è proprio impossibile immaginarlo. Altri soldi buttati, tutti nella stessa area, tutti soldi pubblici. Ora lì dentro c'è una specie di “sere d'estate”, quelle manifestazioni che da sempre si fanno nei vari parchi cittadini, in attesa che arrivi agosto e senza bisogno di costuire arene rock.

Il sistema di potere di questa città, però, si auto assolve. D'accordo, anche ultimamente qualche assessore allo sport è frettolosamente passato ad altri incarichi, pur senza migrare nei mari del Sud di montalbaniana memoria. E senza che nessuno osasse mettere in dubbio il loro operato. Altri assessori al turismo si sono riciclati tra il brusco e il lasco in agenzie pubbliche dove il denaro continua ad essere speso con facilità. Ma le cose proseguono serene, pur dando atto a “La Stampa” di aver picchiato sodo contro l'Arena Rock, ai tempi di un caporedattore bastian contrario come Gabriele Ferraris. Caporedattore prontamente rimosso, del resto.

E l'opposizione che fa? Piange miseria. Il capo della medesima, certo Ghigo Enzo, miracolato presidente regionale per dieci anni, dichiara a “Cronaca Qui”: “A Torino c'è un muro di Berlino, impossibile scardinare gli interessi della borghesia consociata con la sinistra”. E quando Gatta, l'intervistatore, gli fa notare che lui ha poggiato le sue preziose terga sulla poltrona di governatore piemontese per dieci anni, risponde serafico: “Non avevo esperienza, ora ce l’ho”. È di lento apprendimento, insomma: nemmeno al nono anno di presidenza era in grado di sviluppare politiche che tutelassero l'idea liberale per la quale si era fatto eleggere e le persone che potessero cambiare qualcosa in questa città. Ma già dal primo è stato abilissimo nel tutelare le già menzionate terga. Quello è istinto, non esperienza.

Fonte

Giovanni Monaco, “Macerie pubbliche”, Però Torino, III, 11 (28), 31 luglio 2009, 7



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