Vivendo in una città di immigrati, credo sia legittimo parlarne. Torino è, da mezzo secolo a questa parte, un porto di mare senza salsedine: qui tutti sono approdati, in un modo o nell'altro: chi si è trovato bene, chi meno, chi è scappato. Ma, al di là di episodi di riprovevole intolleranza, prima nei confronti dei meridionali, poi nei confronti degli stranieri, la nostra città ha saputo dimostrare nei fatti e nei numeri una grande capacità di accogliere e soprattutto di integrare. Con i nostri compatrioti del Sud, va detto, Torino è stata troppo dura, con gli stranieri rischia di essere troppo molle: le sane vie di mezzo e il vecchio buonsenso paiono storicamente difficili da applicare in riva al Po.
Poi ognuno può dire quel che vuole e sostenere la propria tesi. Alcuni possono persino ritenere piacevole il fatto che almeno due quartieri centrali di Torino (Porta Palazzo e San Salvario) in alcune ore e in certi giorni della settimana siano di fatto impraticabili per gli italiani. Si sa che l'ideologia spinta, porta ai paradossi. Io ritengo questa un'assurdità e il segno di un degrado civile ed etico della nostra società, nonché un esempio lampante di dis-integrazione. È difficile negare che ci vogliano regole condivise, che sia necessaria reciprocità con i Paesi di provenienza degli immigrati, che non possa mancare un filtro ed un contenimento negli arrivi. Credo sia noto anche al più estremista praticante del buonismo, che talvolta cadono gocce che fanno traboccare vasi.
Per questo motivo, discettare per una volta di qualcosa che superi i confini della nostra (pur beneamata) cinta daziaria, non ci farà andare fuori tema. L'Onu ha bacchettato l’Italia per i “respingimenti”. L'Organizzazione delle Nazioni unite, in altre parole, ha criticato il nostro Paese perché ha rispedito al mittente, cioè la Libia, un paio di barche piene di aspiranti emigranti, che non avevano titolo per approdare sulle nostre coste. Persone degne di rispetto, senza dubbio, ma che – contravvenendo alle leggi sull'immigrazione – si sarebbero automaticamente trasformate in clandestini.
Anche al Consiglio d'Europa questo flebile segno di fermezza italica, arrivato dopo decenni di braghe calate, non è andato giù. “L'Italia dovrebbe fermare i respingimenti automatici, per garantire che gli immigrati possano chiedere ed eventualmente ottenere asilo politico”, ha dichiarato con preciso comunicato stampa il Consiglio, che riunisce i capi di governo dei paesi membri dell'Unione. È noto che a fare la morale siano tutti bravi. Se poi la si fa nei confronti di un Paese privo di spina dorsale, quale è sempre stato il nostro, è ancora più facile.
Non voglio neppure entrare nel merito della discussione. Desidero soltanto fare una proposta. Visto che secondo la maggioranza dei capi di governo europei, l'Italia sta sbagliando, perché non assecondarli? Lasciamo che tutte le barche approdino sulle nostre coste. Immediatamente, però, imbarchiamo come fossimo Gheddafi i migranti su altre navi o su rapidi treni, che li facciano sbarcare a Marsiglia, a Parigi, a Berlino, a Londra, a Vienna. Applichiamo la solidarietà spinta in modo spinto. Diamo ragione ai buonisti internazionali che, come quelli nazionali, sono capaci di tanto slancio soprattutto quando il problema è lontano chilometri dal loro deretano. E poi, vediamo se sono ancora tanto aperti e solidali.
Va detto che anche i respingimenti rischiano di essere un fuoco di paglia, un'operazione più di facciata che di sostanza. Rimangono tuttavia un tentativo di applicare una regola: quella che prevede un'immigrazione gestita e non subita. Svuotare il mare con un secchio è impossibile, si sa, però tentare almeno di costruire un porto canale è doveroso.
Fonte
Giovanni Monaco, “Migranti”, Però Torino, III, 7 (24), 22 maggio 2009, 7


















