Le ultime vicende in tema di sicurezza e integrazione hanno certificato l'ennesimo fallimento dei modelli culturali, applicati poi all'azione di governo, che la sinistra ha sempre rivendicato. La vendetta di alcuni cittadini italiani, a Roma, che si sono accaniti contro alcuni immigrati rumeni, a seguito dell'omicidio Reggiani, è stata dipinta da molti politici e giornali di sinistra come il risultato di una sciagurata spirale di odio, alimentata da certe posizioni del centrodestra. Buttarla così in gazzarra, però, non è utile a nessuno. Sia chiaro, quel gesto di aggressione è da condannare. Però liquidarlo esclusivamente come «squadrismo», quasi a voler trovare a tutti i costi un fondamento ideologico, impedirebbe di coglierne la causa. L'approccio deve essere molto più pratico: se un cittadino non si sente tutelato dallo Stato e decide di farlo da sé, sull'onda di una indubbia esasperazione collettiva, vuol dire che c'è qualcosa che non va. E quel qualcosa sono i guasti causati dall'applicazione del modello cosiddetto «multiculturale», difeso dalla gauche di ogni latitudine europea, e che sta naufragando sotto un elenco incessante di crimini. L'omicidio della signora è stato soltanto l'ultimo dei fatti più sconvolgenti che ci fanno domandare in che modo sia possibile l'integrazione e a che livello.
Il multiculturalismo non è né un argomento da seminario universitario, né una disputa da salotto. È una questione molto importante, che riguarda il cittadino nella sua quotidianità, nei suoi spostamenti, con i piccoli gesti ordinari (come lo scendere da un treno, l'aspettare un autobus o semplicemente l'uscire di casa per gettare la spazzatura) che possono venire stravolti tragicamente in qualsiasi momento. L'abbiamo visto più volte, leggendo le cronache che ci vengono dalla stazione Centrale di Milano, da Roma (dove molti sottopassaggi pedonali si trasformano in terre di nessuno, in cui addirittura infuocano faide tra bande), dal Nord con gli assalti delle ville, e dal resto d'Italia. Dobbiamo avere il coraggio di associare i fatti italiani alla rivolta delle banlieue parigine e al modello Londonistan, la mescolanza incontrollata nella Capitale inglese esaltata, da molti, per anni e che poi è culminata tragicamente negli attentati terroristici del luglio 2005.
L'idea secondo cui sia possibile un laissez faire culturale, con l'integrazione che si realizza senza creare condizioni e controlli ben precisi, ha soltanto creato ulteriori ghettizzazioni e alimentato conflitti sociali. Innanzitutto (al contrario di come, invece, è avvenuto in America), si è compiuto l'errore di aver completamente rinunciato al confronto culturale; con uno zelo dannoso, infatti, si è preferito soltanto creare i contesti in cui tutti gli immigrati potessero professare la propria religione, vedersi riconosciute le proprie usanze e le proprie abitudini. Ad un'apertura così forte e così importante, però, non è corrisposta un'altrettanto grande affermazione della nostra identità, e il messaggio che, chi entra, si deve confrontare con una cultura preesistente, è stato soffocato in virtù di concessioni a valanga. L'aspetto culturale non è sciolto da quello dell'ordine pubblico, se si pensa che in molte componenti straniere, infatti, è presente un rifiuto quasi esplicito della legalità, proprio perché già sanno di rapportarsi con una società tendenzialmente buonista e rinunciataria.
Altro grande danno del multiculturalismo è la ghettizzazione anche fisica in cui, per forza di cose, ricorre chi entra. È chiaro che, se un Paese diventa approdo di avventurieri, di chi non ha lavoro e, in molti casi, non si affretta nemmeno a cercarlo, questi non può sicuramente vivere in condizioni - anche abitative - ordinarie. E qui sta la formazione delle baraccopoli, realtà che negli ultimi anni, nelle grandi città, hanno conosciuto uno sviluppo considerevole e delle quali è persino difficile tenere un monitoraggio costante. Sono zone in cui un certo modo di vivere è destinato ad autoalimentarsi, e dove, chiaramente, è alquanto probabile che si diffondano sentimenti di avversione verso il popolo e le autorità del Paese che ospita. Continuare a difendere ad ogni costo la politica delle porte aperte, pensando che così di creare l'isola felice della concordia, confondendo la tolleranza con la negligenza e il lassismo è alquanto irresponsabile. Abbiamo sperimentato soltanto una parte dei rischi: ma più i «moderni avventurieri», che credono l'Italia sia l'approdo più semplice per delinquere, troveranno modo di agire in gruppi organizzati, più l'ordine pubblico sarà sempre maggiormente compromesso. E, c'è da immaginare, purtroppo le autotutele dei cittadini italiani saranno sempre meno sporadiche.
Fonte
Pietro De Leo, “Multiculturalismo alle corde“, Ragionpolitica, 16 novembre 2007


















