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Processo breve e bufale senza limiti


L'offensiva magistrati-sinistra nega la realtà: con la riforma i giudici dovranno allinearsi a standard d'efficienza. Ogni anno decadono 170mila procedimenti per scadenza dei termini. Ma per questo nessuno grida «vergogna»

A sentire in tv alcuni commenti, a leggere alcuni articoli parrebbe che la maggioranza abbia deciso di abolire i processi. Secondo le Cassandre, se la Camera convertisse in legge il testo già approvato dal Senato mai più nessuno, in questo Paese, sarà più condannato. Scenari catastrofici, pianti greci e quant'altro vengono messi in campo per fermare il processo breve, cioè l'insieme di nuove norme in base alle quali un cittadino deve avere giustizia entro sei anni per i reati meno gravi ed entro tredici per quelli più efferati.

Come si può ben capire l'offensiva mediatica magistrati-sinistra contro la prima riforma della giustizia si basa su una enorme panzana. In realtà i giudici continueranno a fare regolarmente il loro lavoro e a emettere sentenze, solo che a differenza di quanto accade oggi, dovranno organizzarsi e impegnarsi un po' di più allineandosi agli standard di tutti gli altri Paesi. Alcune resistenze sono inevitabili, avvengono sempre quando si mette mano a qualcosa che non funziona, che sia una piccola azienda o un grande settore. Abitudini, vizi, privilegi e paure per il nuovo sono un mix sufficiente a innescare battaglie di retroguardia. Avviene nella giustizia così come è successo nell'industria, nella scuola, nel commercio. Come è vero che non c'è riforma, neppure la più illuminata e condivisa, che al momento di essere messa in atto non provochi in un primo istante problemi e ingiustizie marginali. Nessuno ha la bacchetta magica, l'alternativa è stare fermi e non cambiare mai nulla.

Detto questo, le centinaia di migliaia di processi che la nuova legge farebbe saltare esistono solo nella testa di chi in malafede sta conducendo sulla pelle dei cittadini che incappano nella giustizia una battaglia esclusivamente politica. In assoluto e per un semplice motivo. E cioè, è evidente che se si mette un limite temporale alla durata dei processi e i magistrati procederanno con la stessa (scarsa) velocità di oggi, più procedimenti finiranno prescritti. Ma siccome lo scopo della riforma è proprio quello di costringere le toghe ad accelerare, va da sé che non c'è motivo di temere (salvo boicottaggi) che un numero significativo di cause finisca fuori tempo massimo. In sintesi: se si cambia la produttività non ha senso fare stime adottando il vecchio metro.

Fa poi piacere scoprire che la prima preoccupazione dei magistrati e della sinistra sia diventata il rischio prescrizione. Non si capisce però come mai nessuno di recente si sia scandalizzato o abbia lanciato un allarme sul fatto che con le leggi vigenti ogni anno 170mila processi, cioè 456 ogni giorno, decadano per scadenza dei termini. No, Bersani non è mai andato in tv a dire: «Questa è una vergogna», perché avrebbe voluto dire smascherare l'inefficienza dell'intoccabile casta della magistratura.

Una ipocrisia tira l'altra. Dicono gli oppositori, svelando il loro vero obiettivo. Se proprio si deve fare, questa legge valga per i processi in corso. Traduco: impediamo a Berlusconi di avvalersi delle nuove norme e mandiamolo incontro a condanna sicura. Ecco, in questo caso, magicamente, la giustizia sarebbe in grado di accelerare senza creare danni ai cittadini. Che la maggioranza stia cercando di fissare i paletti in modo da parare il premier dall'accanimento giudiziario è una verità, inconfessabile ma non smentibile. Ma ancora una volta vale la doppia morale, la doppia etica e giustizia. Perché a giocare per primi con i paletti, spostandoli a piacimento e a uso personale, non sono stati quegli incoscienti del centrodestra, ma i pm della Procura di Milano impegnati nei procedimenti contro il premier. Prendiamo il processo Mediaset, una vicenda di presunti fondi neri (negati da Berlusconi) creati dal gruppo nell'acquisto, nel 1995, di uno stock di film dall'America. Bene, per evitare la prescrizione, i pm hanno chiesto, e i giudici accettato, che la data del reato non fosse quella della chiusura dell'affare (in tal caso essendo passati quindici anni non se ne farebbe più nulla) ma il giorno dell'ultimo passaggio in tv dell'ultimo film del pacchetto incriminato, cosa che permette la continuazione del procedimento.

Una assurdità? Certo, ma non è l'unica. Per salvare dalla prescrizione l'altro processo che il premier ha in corso a Milano, quello Mills, la procura ha ottenuto dalla Corte che il presunto reato di corruzione non scattasse al momento del passaggio di denaro (per l'accusa tra la Fininvest e il consulente inglese) ma due anni dopo, quando dalla banca che fece la transazione fu prelevato il primo dollaro. Vien da chiedersi che cosa si sarebbero inventati se Mills avesse lasciato i soldi sul conto fino ad oggi.

Non so se la legge sul processo breve andrà in porto. Ma è certo che più passano i giorni più è chiaro il disegno di inchiodare il Paese. Non, come si sostiene, sui problemi personali di Berlusconi, ma sull'antiberlusconismo. Costi quel che costi.

Fonte

Alessandro Sallusti, “Processo breve e bufale senza limiti”, Il Giornale, 22 gennaio 2010, 1, 5



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