C.C.S.T. - Coordinamento Comitati Spontanei Torinesi

    

Vecchio potere


Ho seguito con la dovuta attenzione, quindi non troppa, la recente discussione sul rinnovo della classe dirigente della nostra città innescata da una roboante dichiarazione di Enrico Salza. Il tema è di quelli triti e ritriti, la consueta aria fritta, buona per tavole rotonde dei soliti noti. Al di là della noia, mi sembra che continuare a indire convegni su convegni per sacramentare sulla necessità di cambiare le facce ai vertici delle principali istituzioni sia diventato, in concreto, il più potente alibi affinché nulla muti, la sicura garanzia per un immobilismo di stampo gattopardesco, dove i grandi vecchi per salvaguardare meglio le proprie rendite di posizione capeggiano la ciurma dei rivoltosi e, come su un bastimento della marina borbonica, fanno ammuina, così chi sta a prua passa a poppa e viceversa, quelli in sottocoperta salgono e quelli sul ponte scendono. Insomma, una presa per i fondelli. E, comunque, più se ne discute e meno si cambia.

Detto questo, il presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, com'è nel suo costume un tantino da ganassa sabaudo, ha liquidato la questione in quattro e quattr'otto: “A chi dovrei lasciare il posto? – ha scaracchiato senza pietà per gli astanti – Forse a uno dei tanti giovani fessi che fanno la coda nei corridoi dei Palazzi o nelle anticamere dei partiti?”. Bon, il dibattito è finito lì, tutti a casa. A prima vista il ragionamento non fa una grinza: perché mai dovrebbero essere cacciate persone capaci e di lunga esperienza per rimpiazzarle con ragazzotti immaturi e inesperti? Ma qui casca l'asino, dal momento che le cose così non stanno. Ad essere sinceri, il dubbio che si ciurli nel manico è più di un semplice sospetto.

Le parole di Caterpillar-Salza hanno fatto scoppiare il finimondo, e non solo i giovani fessi, chiamati direttamente in causa, hanno risposto piccati che loro, beh, magari non sono quel che si suol dire fulmini di guerra ma che, per favore, gli sia consentito di entrare nelle stanze dei bottoni anche soltanto a lucidare i pavimenti o togliere la polvere, pure l'intendenza di mezza età, quella dei rincalzi del potere, si è sentita toccata sul vivo ed ha reagito con stizza e indignazione, cavolo, proprio ora che sembra arrivato finalmente il suo turno. Ma Salza Kan, classe di ferro 1937, gran sultano di Nominopoli, che si è sempre vantato di aver svolto negli anni il ruolo di mentore di una nidiata di giannizzeri, piazzati nei posti chiave della città, mallevadore di carriere politiche e amministrative, non può cavarsela con una battuta, per quanto sagace. Deve spiegare se la sua affermazione è frutto di tardiva resipiscenza per aver agevolato famigli che, alla prova dei fatti, non si sono mostrati all'altezza dei compiti a cui sono stati chiamati, se si è stufato di fare il puparo oppure se i burattini si sono ribellati, magari credendo di avere vita propria. E ammettere che la mafietta di certi tinelli subalpini ha azzoppato chi ha osato contrastare il conformismo imposto dall'establishment, un ceto autoreferenziale, chiuso, asfittico in cui non è mai stato il merito né tantomeno i titoli culturali e professionali a rappresentare il discrimine della propria appartenenza. Più che i curricola sono stati gli alberi genealogici ad aver determinato decine e decine di fulgide carriere, e quando i patronimici non erano utili ci hanno pensato le alcove a sopperire i quarti di nobiltà mancanti. Per questa ragione il ricambio generazione delle classi dirigenti è un falso problema e il conflitto non è solo riconducibile a quello tra una gerontocrazia inchiodata alle cadreghe e quattro poveri pivelli immacolati. Non è solo questione di prostata.

Dica la verità, presidente Salza, almeno una volta. Chi ha imbastardito le nuove generazioni, allevate con le pappette di conformismo, cresciute e pasciute di nomine pubbliche, drogate di incarichi alla corte di assessori e satrapi locali? Chi ha ridotto la politica a mera gestione dell'esistente, per cui oggi non è contemplata altra forma di impegno che non sia l'occupazione di uno strapuntino in una qualsivoglia istituzione, che sia il consiglio di circoscrizione o il parlamento? Chi fin dalla metà degli anni Settanta ha stretto un patto perverso con il blocco dominante, saldando la tradizione comunista con il grande capitale, facendo tracimare la borghesia torinese fino alla irrilevanza culturale e politica? Molto modestamente, un'idea me la sono fatta.

Fonte

Bruno Babando, “Vecchio potere”, Però Torino, II, 4 (11), aprile 2008, 9



Condividi questo articolo
OKNOtizie! Segnalo! Upnews! Diggita! Fai Informazione! Notizie Flash! BlogNews! Digg! Reddit! Del.icio.us! Mixx! Google! Live! Facebook! Technorati! StumbleUpon! TwitThis
 
Ti trovi in: Home Documenti Ipse Dixit Vecchio potere

Chi siamo

Confessions of a Shopaholic
Il C.C.S.T. - Coordinamento Comitati Spontanei Torinesi rappresenta da subito una novità e una anomalia importante nel panorama socio-politico torinese, portando con forza e senza compromessi all'attenzione dell'opinione pubblica locale e nazionale le tante contraddizioni che si celano in molti dei quartieri cittadini, contraddizioni volutamente nascoste dalle istituzioni e fatte passare sotto colpevole silenzio dagli organi di informazione.

Cosa facciamo

Confessions of a Shopaholic
L'azione del C.C.S.T. - Coordinamento Comitati Spontanei Torinesi, indipendente e non legata a partiti politici, mira a coordinare gli sforzi e le iniziative dei comitati spontanei di cittadini nati in molti dei quartieri più densamente popolati di Torino per chiedere una maggiore presenza delle forze dell'ordine sul territorio, legalità, controllo e rigore contro la microcriminalità e il fenomeno dell'immigrazione clandestina.

Social

Il C.C.S.T. è presente sui principali social network e aggregatori. Seguici anche tu!
     
Visita daiQuartieri, il nostro canale su YouTube! Seguici su Facebook! Seguici su Flickr! - Di prossima attivazione