Non solo una moschea ma un centro sulla falsariga degli oratori cattolici che richiami soprattutto le nuove generazioniDopo l'ok a via Urbino presentato un nuovo progetto per aprire un altro luogo di culto in via Mottarone. Preoccupati i residenti di Barriera Milano. I comitati spontanei: «Servono delle garanzie e un patto sociale»Il locale è già stato affittato, un ex magazzino di via Mottarone, alle spalle di corso Vercelli. Seicento metri quadri di superficie su un unico piano, due ingressi uno sarà riservato agli uomini, l’altro alle donne. Qui all’estrema periferia nord di Torino, lontana poco meno di un chilometro in linea d’aria da via Urbino, sorgerà la seconda moschea più grande del Piemonte. Esattamente come quella di via Urbino non avrà un minareto, ma sicuramente sarà in grado di accogliere una gran numero di fedeli. L’idea è dell’associazione «Casadifamiglia», dell’imam Mohamed Bahreddine. Il Comune di Torino ha appena fatto in tempo a dare il nullaosta alla Moschea del Misericordioso di via Urbino che agli uffici della Divisione Urbanistica sono piombate le planimetrie e il progetto di una nuova moschea. Il progetto in realtà è molto più ambizioso rispetto a un classico luogo di culto. Nelle intenzioni dell’imam, infatti, non c’è solo la volontà di creare un posto in cui gli islamici possano pregare senza essere disturbati, ma una sorta di punto di ritrovo per la comunità islamica e non solo. Un centro sulla falsariga degli oratori cattolici che richiami soprattutto le nuove generazioni. Nei seicento metri quadrati dell’ex magazzino troveranno infatti posto aule per il doposcuola degli studenti, un asilo per i bambini non ancora in età scolare, addirittura un ufficio nel quale settimanalmente un avvocato e un commercialista metteranno le proprie conoscenze a disposizione del pubblico. La voce sulla creazione di una seconda moschea torinese circola da alcune settimane nei quartieri a nord di Torino, da Porta Palazzo a Borgo Aurora e Barriera di Milano. A raccogliere le preoccupazioni dei residenti sono stati i comitati spontanei che adesso chiedono al Comune di saperne di più su questo nuovo luogo di culto.
«Noi non siamo contrari alla moschee in linea di principio – spiega Carlo Verra, presidente del coordinamento dei comitati spontanei – ma vogliamo delle garanzie per i cittadini». Lo spirito con il quale si avvicinano alla moschea dell’associazione «Casadifamiglia» è del tutto simile a quello messo in campo per la moschea di via Urbino. «Il punto è sempre lo stesso. Chiediamo un patto sociale alla comunità islamica – continua Verra –. Il fatto che sia stato dato il nullaosta a quella di via Urbino non significa che ora in ogni quartiere chiunque possa aprire la sua personale moschea senza che vi siano controlli e le giuste misure di sicurezza. Soprattutto quando si parla di quartieri che hanno già molti problemi legati alla microcriminalità, alla movida selvaggia, lo spaccio, le rapine in strada». Insomma, i Comitati spontanei chiedono al Comune di agire con prudenza, nulla più. «Il Comune ha sempre sostenuto la moschea di via Urbino come un luogo di culto ufficiale che vada piano piano eliminando le moschee fai da te. Adesso non vorremmo che via Urbino sortisse l’effetto contrario», chiosa il presidente Verra. Per ora il Comune si è limitato ad aprire un’istruttoria, ma sui tempi di approvazione e rigetto del progetto, a parte i canonici 30 giorni, si sa poco. Se da Palazzo Civico arriverà l’ok i lavori di ristrutturazione del magazzino di via Mottarone sono pronti a partire. I soldi, a differenza di quanto accaduto per il centro di via Urbino che vanta un finanziamento direttamente dal Marocco, sono stati raccolti direttamente tra la comunità islamica torinese che ha voluto dare il proprio contributo. Il primo messaggio di distensione arriva dallo stesso imam Mohamed Bahreddine: «Ciò che intendiamo aprire non è una moschea nel senso stretto in cui la intendono gli italiani. Il nostro vuole essere un centro che offre dei servizi alla comunità islamica». L’imam sottolinea come a Torino ci siano 45mila musulmani, diecimila dei quali vivono a Barriera di Milano. «Noi oggi ci troviamo nelle condizioni in cui i nostri figli hanno difficoltà di apprendimento a scuola, in questo centro troveranno insegnanti che dopo l’orario scolastico li aiuteranno a mettersi in pari. Insegneremo la vostra lingua a maggior ragione in questo momento in cui la legge prevede che uno straniero debba sostenere l’esame di lingua italiana per avere il permesso di soggiorno», aggiunge ancora Bahreddine. E per quanto riguarda la religione? «Nessuno vuole negare che sia anche un luogo di culto. Ci saranno degli spazi dedicati al Corano cosicchè i genitori che portano da noi i loro figli all’ora della preghiera non dovranno tornare a casa, ma potranno pregare lì». L’imam non è per nulla stupito delle preoccupazione dei residenti. «La sicurezza è anche una nostra priorità – chiosa –. E noi cercheremo di fare la nostra parte perché sia garantita. Vogliamo solo dare una mano alla nostra comunità a integrarsi nella società in cui viviamo».
Fonte
Simona Lorenzetti, “Gli islamici vogliono una seconda moschea”, il Giornale del Piemonte, 14 gennaio 2011, 3


















