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I torinesi di Porta Palazzo: troppi clandestini, intervenga Ciampi


«Non siamo razzisti, ma in questo quartiere siamo in ostaggio degli irregolari»

Punto uno: «Non siamo razzisti». Punto due: «Non ne possiamo più di maghrebini, senegalesi, ghanesi e di tutta la feccia extracomunitaria che ci impedisce di circolare liberamente per la piazza, le strade, il mercato. Pena scippi, insulti, rischio di trovarsi nel bel mezzo di risse a coltello o a bottigliate; rischi di svenimenti per gli odori impossibili di piscio e altri bisogni umani...». Un drappello di torinesi (alcuni hanno mantenuto l'accento siciliano, calabrese, «terrone», essendo figli degli immigrati del Dopoguerra), che si definisce «minoranza etnica» di Porta Palazzo, mostra sei paginette fitte fitte. Un piccolo dossier inviato al presidente della Repubblica: «Ci aggrappiamo a lei, come ultimo raggio di luce... Quest'angolo di città, in un decennio, da luogo normale si è trasformato in un inferno». Comincia così la supplica a Carlo Azeglio Ciampi dei cittadini arrabbiati. «Siamo stufi di essere presi giro – proclama Carlo Verra, venditore di fiori finti, nonché leader del Coordinamento comitati spontanei torinesi –. Le Amministrazioni promettono soluzioni, di fatto non cambia nulla». Latitante anche il sindaco Chiamparino? «Quand'era deputato Ds e aveva l'ufficio in zona – risponde Verra – si schierò con noi. Risultato? Vediamo qualche pavimentazione rifatta e qualche edificio ripitturato. Ma se non si fa una “bonifica umana”, ogni miglioria è inutile». «Vede – incalza – c'è il terrore di passare per razzisti. Falso problema. Con gli extracomunitari regolari, che lavorano e vivono accanto a noi, non abbiamo problemi. Purtroppo anche loro sono una minoranza».

Difficile immaginare un'improvvisata di Ciampi a Torino, in piazza della Repubblica, dove si svolge il più grande mercato all'aperto d'Europa, sotto i portici degli storici palazzi dello Juvarra, o tra le bancarelle del Balon di Borgo Dora. «Se venisse, per un giorno ripulirebbero il ripulibile», ironizzano i «resistenti». Un giro sul posto conferma che le lamentele non sono fantasie. Sensazione immediata: nell'area multietnica di Porta Palazzo, i torinesi sono davvero una minoranza: facce, colori, profumi di un altro mondo. Mercatini etnici. «E abusivi. Lo scriva», insiste Verra. La puzza di piscio? C'è, eccome. In una manciata di minuti, assistiamo a tre azioni da latrina, agli angoli dei portici, e contro una saracinesca. Grappoli di extracomunitari, con l'aria da padroni del territorio, si assiepano sulle porte delle botteghe. Lungo un marciapiede, lattine, bottiglie rotte, brandelli di carta da giornale insanguinati, involucri di siringhe, sporcizia. Un terzetto di neri chiacchiera (o traffica?) accanto a un'auto. Il fotografo accenna a uno scatto; viene minacciato, e invitato ad andarsene. «Lo vede quel bar? – indica Verra – Sono le 16, e sta già chiudendo. Questa si chiama paura». Transitano auto della polizia. Passaggio o effettivo controllo? «Mah... Se c'è una rissa o volano coltelli, intervengono, e qualcuno viene impacchettato. Per poco». «Il fenomeno delle baby gang qui è endemico. Spacciatori e borseggiatori su commissione. Si piazzano alla fermata del tram, derubano gli anziani o le signore con le borse della spesa. I drogati? Vengono a bucarsi perfino negli androni delle nostre case. Incrociano i nostri bambini». Al calar della sera, la gente si tappa in casa. E se proprio deve uscire, prende l'auto, guardandosi alle spalle, per percorrere cento metri. S'indigna Verra: «Molti residenti se ne sono andati da Porta Palazzo, altri stanno per farlo. Il degrado dei condomini è palpabile: soffitte e mansarde, prive di servizi igienici, vengono affittate agli extracomunitari clandestini. Sovraffollate, indecenti». «Ormai ci siamo fatti l'idea che l'Amministrazione tolleri questo ghetto, invaso, e invivibile». Per i «resistenti», c'è l'ultima carta da giocare: l'appello al presidente Ciampi.

Fonte

Marisa Fumagalli, “I torinesi di Porta Palazzo: troppi clandestini, intervenga Ciampi”, Corriere della Sera, 25 aprile 2002, 13



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