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Le ronde legalizzate non convincono i comitati spontanei


Timori e critiche per la decisione del governo. «Se succede qualcosa di brutto chi ne risponderà?»

Ora che il governo le ha legalizzate, i torinesi si dividono sulle ronde. Dalla rivolta di Borgo Aurora dei primi anni novanta, alle ultime organizzate a San Salvario, Tossic Park e via Terni, i comitati torinesi non sono nuovi al contrasto della criminalità in prima persona. Gli stessi che, oggi, non sembrano convinti dal via libera del governo – mossa considerata «puramente demagogica» – potrebbero dirsi favorevoli, però, alla proposta avanzata dall'onorevole Agostino Ghiglia e dal consigliere comunale Roberto Ravello (An-Pdl) per l'istituzione di un registro delle ronde a Torino e nei comuni della Provincia. «Ora è necessario che i comuni si dotino di una sorta di “albo delle associazioni” che svolgeranno questo servizio e che ne normi alcuni aspetti – spiegano –. Le ronde non devono sostituirsi alle forze dell'ordine e ai militari che presidiano il territorio. In quest'ottica è opportuno definirne subito gli aspetti caratterizzanti».

Un presidio del territorio che per molti “rondisti” non è altro «che una mossa pubblicitaria del governo». Una risposta istituzionale arrivata troppo tardi. «Le ronde non sono una novità – commenta Pino Lamendola del Comitato Aurora –. In via Cecchi, dopo il ripetersi di numerosi episodi di molestie a ragazze del quartiere e alcuni casi di violenza, i residenti decisero di scendere in strada armati di bastoni per farsi giustizia da soli». Erano i primi anni novanta e la rivolta di Aurora fece scattare ben 58 denunce a piede libero per quegli improvvisati giustizieri della notte. «Noi non abbiamo mai smesso di essere un punto di riferimento per le forze dell'ordine – continua Lamendola –. Questo deve rimanere il nostro ruolo, non quello di sostituirci a loro». Ruolo rivendicato da molti altri comitati, favorevoli al monitoraggio dei quartieri a rischio ma non alla «milizia civile». Così la vede il presidente della Consulta Rebaudengo-Derna-Basse di Stura, Bernardo Moscariello, protagonista insieme ai residenti di corso Giulio Cesare di uno dei primi presidi del parco Stura. «L'idea di riprenderci il territorio dalle mani dei delinquenti è venuta dall'esasperazione. Personalmente non sono favorevole, a garantire sicurezza dovrebbero essere le forze dell'ordine». Parere simile a quello di Daniele Granata, presidente del comitato Lucento Sicura, in prima linea nella lotta allo spaccio in via Terni. Contrario, però, alla presenza dei cittadini per le strade. «Se dovesse succedere qualcosa di brutto ai cittadini che partecipano alle ronde, chi ne risponderà?».

Sul fronte opposto, invece, non manca chi arriva a candidare al titolo di Cavaliere uno dei primi “rondisti” torinesi. La proposta è dell'europarlamentare della Lega Nord, Mario Borghezio. «Ho già segnalato al presidente della Repubblica il nominativo di Francesco Picciotto, classe 1936, che da oltre 17 anni guida a San Salvario una ronda civica, non senza aver subito minacce e percosse da parte degli spacciatori di droga». A manifestare entusiasmo per le novità del pacchetto sicurezza, anche Azione Giovani, scesa più volte in strada con le “passeggiate per la legalità” «Ora che una legge dello Stato finalmente legittima il nostro operato, le nostre ronde pacifiche possono fare un salto di qualità – spiega Maurizio Marrone, dell'esecutivo nazionale –. Avvieremo un sistema articolato di gruppi in grado di coprire tutto il territorio cittadino in modo costante, che prevede anche una partecipazione attiva delle comunità di immigrati regolari».

Fonte

Enrico Romanetto, “Le ronde legalizzate non convincono i comitati spontanei”, Torino CronacaQui, 7 febbraio 2009, 7



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